Alan Kurdi aveva 3 anni. Era un bambino siriano di etnia curda. Il suo corpo venne trovato sulla spiaggia di Bodrum in Turchia la mattina del 2 settembre 2015. Indossava una maglietta rossa e i pantaloncini blu. La fotografa turca Nilüfer Demir dell’agenzia DHA scattò una cinquantina di immagini di Alan e dei soccorritori. Quella foto, vista milioni di volte, allora divenne uno dei simboli della tragedia di migliaia di migranti e profughi che ogni giorno percorrono la rotta balcanica, spariscono o vengono fermati ai confini orientali della Fortezza Europa. Oggi a Venezia comincia il festival dedicato alla rotta balcanica. Affronterà di nuovo il fenomeno di una rotta migratoria, ormai ignorata dai media mainstream, che intrappola migliaia di afghani abbandonati dall’occidente nell’agosto del 2021, iraniani fuggiti alla feroce repressione della Repubblica Islamica e migranti provenienti dalla Libia.

Sono passati dieci anni dalla firma dell’accordo Unione europea-Turchia che ha chiuso il corridoio umanitario informale aperto a settembre 2015 durante l’esodo siriano e percorso da quasi un milione di persone per arrivare in Europa ma il game a cui abbiamo dedicato un podcast che si intitola il gioco atroce della rotta balcanica, continua.
Dieci giorni di incontri, proiezioni, laboratori nelle scuole, mostre, concerti, workshop per approfondire quanto sta avvenendo lungo una delle rotte migratorie verso l’Europa più battute, ma meno raccontate. Sarà un festival itinerante e diffuso fra Venezia, Mestre e Marghera.
Dal 2016 l’Unione europea ha costruito muri, srotolato chilometri di filo spinato, esportato pattuglie e tecnologia militare, droni, videocamere e sofisticati dispositivi di controllo, respingendo, maltrattando e uccidendo persone che cercavano e cercano di arrivare a piedi in Europa
I piedi, le gambe necrotizzate sono il segno più visibile e insieme tragica metafora dell’umanità dolente che viene salvata da volontari e organizzazioni umanitarie dopo aver percorso la rotta balcanica. Numerosi i report, indagini giornalistiche e documentari mostrano cosa accade nelle foreste e nei boschi lungo la rotta balcanica fra cui MUR, il documentario premiato con il Nastro d’Argento, interpretato e diretto dall’attrice italopolacca Kasia Smutniak sulla zona rossa, la terra dannata al confine fra Bielorussia e Polonia.
Kasia Smutniak ha visto e filmato il confine fra Bielorussia e Polonia, dove è stato costruito un muro lungo 187 km fatto di acciaio e alto oltre 5 metri per fermare i migranti che dalla Bielorussia arrivano nella foresta di Białowieża. Lo ha fatto con un lavoro straordinario dedicato agli attivisti spinti dall’urgenza di salvare i migranti intrappolati nei boschi della “zona rossa”. Un racconto che è anche un diario di bordo del suo ritorno a casa e la ricerca di un senso fra tanti muri in cui si è trovata a vivere, dato che lei è nata dall’altra parte della cortina di ferro
festival dedicato alla rotta balcanica. arrivato alla sua terza edizione e promosso dall’associazione veneziana Lungo la Rotta Balcanica col sostegno della Fondazione di Venezia, offrirà diverse prospettive e ruoterà intorno a un tema a noi caro, quello delle radici perché bisogna avere memoria e un pensiero lungo oltre che coraggioso per non dimenticare cosa succede intorno a noi, senza farsi trascinare nel vortice delle emergenze che spengono il cervello e cuore.
Continua a leggere sulla newsletter Nuove Radici. Mappe di libertà


