L’incontro molto partecipato, in un lunedì afoso, con insegnanti, allieve, allievi di alcune scuole di italiano per stranieri e una “tecnica”, la magistrata Elisabetta Meyer, è stato per noi un’ulteriore conferma: l’inclusione degli stranieri è un tema molto sentito oltre che necessario. Con buona pace di chi invoca la “remigrazione” o usa il tema migratorio come megafono per il consenso elettorale. E ci ha dimostrato quanto sia profonda la dissociazione fra la realtà e la politica, purtroppo.
E infatti al talk sulle scuole che non chiudono mai di cui vi ho parlato la settimana scorsa, le testimonianze degli studenti hanno rappresentato uno dei momenti più intensi della serata. David Espinoza Chavez, boliviano, ha raccontato che dopo aver studiato l’italiano in quattro scuole diverse, è arrivato alla Penny Wirton Milano dove ha trovato una bussola di orientamento e un lavoro. Katy Zapatino, colombiana, ha detto che fa otto diversi lavori di pulizie, diversi soprattutto rispetto al suo titolo di studio di operatrice turistica, e ha concluso con questa frase che dovrebbe farci meditare:
Continuo a mandare curriculum, a cercare opportunità migliori. Sapevo che non sarebbe stato facile. Ma la motivazione di offrire un futuro a mio figlio mi spinge ad andare avanti. Asciugherò le mie lacrime e mi rialzerò ogni volta che sarà necessario

Le storie di David e Katy hanno dato un senso preciso alla serata organizzata da Nuove Radici e The Mill–Le passioni generano idee dedicata alle scuole di italiano per stranieri, moderata da Fabio Poletti, parte del team di NRW, e dal nuovo presidente di Nuove Radici, Roberto Cociancich. E ci hanno messo di fronte a un dilemma. Gli anni, anzi i decenni passano ma lo Stato non sa dare una risposta ai cittadini stranieri che vengono affiancati dai volontari e volontarie del Terzo Settore. Nonostante il mercato abbia bisogno di lavoratori stranieri e l’Italia non sappia come affrontare l’inverno demografico, non vengono aiutati ma respinti. Come ha spiegato bene Elisabetta Meyer, magistrata della sezione specializzata in protezione internazionale del Tribunale di Milano, che dovrà affrontare il nodo gordiano del Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno. “Si sente dire che potrebbe facilitare gli ingressi, ma è esattamente il contrario”, ha osservato. L’obiettivo delle nuove norme è accelerare le procedure e rendere più rapida la gestione delle domande di asilo. Tuttavia molti aspetti applicativi restano ancora da chiarire. Non è un dettaglio da poco se si considera che il Tribunale di Milano si trova a gestire circa ventimila procedimenti pendenti. “Il sistema dell’accoglienza ha progressivamente perso molti degli strumenti che accompagnavano l’integrazione: corsi di lingua, formazione professionale, percorsi di inserimento lavorativo”, ha sottolineato.

Laura Bosio ha raccontato l’esperienza della Penny Wirton, una rete nata per insegnare l’italiano attraverso un metodo semplice: un insegnante per ogni studente. Un rapporto individuale che permette non soltanto di apprendere più rapidamente la lingua ma anche di costruire un legame umano. Livia Molinari invece ha ripercorso la storia della scuola Binari. I primi studenti erano venditori ambulanti. Perciò la scuola ha dovuto imparare fin da subito a insegnare un italiano necessario per lavorare, per comprendere un contratto, per difendersi dallo sfruttamento. Oggi Binari, come la Penny Wirton Milano, fa parte della rete Scuole Senza Permesso: 38 scuole frequentate da circa 7mila studenti e animate da oltre 700 volontari.
Tutte le insegnanti si sono chieste se si stanno sostituendo allo Stato ma è una domanda retorica perché è questo quello che fanno: offrono un varco alle esistenze dei lavoratori e cittadini stranieri negate dalle istituzioni.
Le scuole preparano gli studenti agli esami linguistici richiesti per il permesso di soggiorno di lungo periodo e per la cittadinanza, organizzano corsi professionali, attività culturali, visite alla città, orientamento ai servizi. Fanno quello che il sistema di accoglienza non riesce né vuole più a garantire.
A chiudere la serata è stata Marzia Pontone della Scuola di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio, attiva a Milano dal 1997. Da oltre vent’anni insegna ogni domenica. Ha visto passare generazioni di studenti, sanatorie, riforme, cambiamenti legislativi e crisi migratorie. Eppure c’è una cosa che continua a sorprenderla.
Dalle parole di chi racconta la propria storia di migrazione colgo sempre una fiducia incredibile nell’Italia e negli italiani, ha osservato.
L’Italia invecchia, perde abitanti, fatica a immaginare il proprio futuro. Ma quel futuro esiste già nelle aule dove ogni settimana si incontrano persone arrivate da ogni parte del mondo. Un futuro che si costruisce insieme. Tra vecchi e nuovi italiani. O meglio ancora, tra vecchi e nuovi europei
E anche Marzia Pontone si è affidata a una frase di un suo studente che l’ha colta di sorpresa con queste parole: “Io non sono solo la mia lingua”. Perché dietro al lavoro immenso di donne che fondano scuole, insegnano italiano agli stranieri, se ne fanno carico, li aiutano a trovare un appiglio per riuscire a stare in piedi in un Paese che fra cavilli e pregiudizi scoraggia ogni inclusione, non c’è solo la necessità di imparare un idioma che permette di comunicare, lavorare, diventare parte di una comunità. Dietro all’impegno solidale, c’è un’idea di cittadinanza che deve poter diventare un patrimonio comune se vogliamo, prima o poi, costruire un Paese che si possa considerare davvero civile. Un obiettivo ben diverso dall’Europa Fortezza costruita dalle leggi ipertrofiche e giustizialiste ora codificate da uno scriteriato Patto europeo che obbligherà la società civile a continuare a sostituire lo Stato.
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Ps. Questo incontro è il primo organizzato grazie alla sinergia fra Nuove Radici e The Mill–Le passioni generano idee. Il nostro auspicio è che sia solo l’inizio di un cammino che coinvolgerà una comunità sempre più ampia di persone che antepongono l’empatia alla sfiducia, lo spirito costruttivo al birignao. Daje 💪🏽
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