Nel luglio scorso avevo auspicato il premio Nobel per la Pace per tutti gli attivisti della società civile che, sia in Israele sia in Palestina, lottano strenuamente per la coesistenza e la riconciliazione fra i due popoli.  E ora l’organizzazione binazionale Parents Circle – Families Forum (PCFF) è stata candidata. Una bella notizia arrivata dopo quella terrificante, ispirata all’odio e alla vendetta, della proposta di legge approvata dalla Knesset che prevede la condanna a morte dei terroristi e spinge ulteriormente il governo israeliano verso una deriva autoritaria.

Il loro messaggio rappresenta una luce nelle tenebre della guerra. 

Il Parents Circle – Families Forum è stato nominato per il Premio Nobel per la Pace 2026, in riconoscimento del suo impegno continuo nel promuovere il dialogo e coltivare una cultura della nonviolenza tra palestinesi e israeliani. La candidatura è stata presentata dall’attivista per la pace Sharon Dolev e sostenuta dall’International Peace Bureau, secondo cui il PCFF dimostra che la vera scelta morale è tra chi è impegnato in un’umanità condivisa e chi perpetua la violenza. Un Premio Nobel al PCFF sarebbe un catalizzatore di cambiamento. Amplificherebbe le voci delle comunità di base, attualmente prive di visibilità, orientando l’attenzione globale verso la riconciliazione piuttosto che verso il sostegno di parte. Desideriamo esprimere la nostra più sincera gratitudine a Sharon Dolev e a tutti i nostri partner che ci sostengono, in questi tempi difficili. Che la pace prevalga, per tutti

La storia del Parents Circle, raccontata anche nell’e-book L’Antidoto, è universalmente conosciuta grazie al capolavoro Apeirogon dello scrittore Colum McCann che si è ispirato all’amicizia di Bassam Aramin, palestinese, e Rami Elhanan, israeliano. Entrambi hanno perso le loro figlie ma sono riusciti a trasformare il loro indicibile e comune dolore in una leva per la pace, ritrovandosi nel Parents Circle che riunisce i genitori delle vittime.

Il Parents Circle – Families Forum è un’organizzazione non profit composta da oltre 800 famiglie palestinesi e israeliane che hanno perso un parente ucciso nel conflitto. È stata fondata nel 1995 da Yitzhak Frankenthal: un anno prima, suo figlio di 19 anni era stato rapito e ucciso da Hamas. Oggi al movimento aderiscono adulti, giovani, adolescenti che hanno la stessa speranza in un futuro in cui entrambe le nazioni possano vivere fianco a fianco in libertà, dignità, sicurezza.

Un’esperienza che mi ha raccontato Robi Damelin, oggi portavoce e responsabile dei rapporti internazionali del PCFF. Nata a Johannesburg, in Sudafrica, è immigrata in Israele nel 1967. Prima di allora era impegnata nel movimento anti-apartheid. In Israele ha continuato il suo attivismo contro l’occupazione dei territori palestinesi. David, il suo secondogenito, 28 anni, insegnante di filosofia, è stato ucciso da un cecchino palestinese il 3 marzo 2002 durante la Seconda Intifada. «Ho aderito al Parents Circle dopo la sua morte. Prima della sua partenza, David era molto combattuto sul fatto di arruolarsi o meno: anche lui si considerava un pacifista. Sono stata contattata dal fondatore del PCFF. Mi avevano sentito parlare a una manifestazione contro l’occupazione e sono stata invitata a un loro seminario. Quando ho visto le madri palestinesi, ho capito che provavano il mio stesso dolore e che insieme avremmo potuto essere una forza molto potente per promuovere la riconciliazione».

 

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Gli attivisti del PCFF organizzano moltissime attività per promuovere il dialogo in Israele, nei Territori Occupati e all’estero. Nei loro numerosi incontri rivolti a giovani e adulti, nelle scuole, nei centri comunitari, guidati sempre da un israeliano e un palestinese, condividono i propri traumi, imparano ad ascoltarsi e rafforzano la scelta di impegnarsi nella riconciliazione.

Dal 2023 organizzano campi estivi rivolti a gruppi di adolescenti israeliani e palestinesi per creare una conoscenza reciproca e formare leader fra le nuove generazioni che possano contribuire a costruire una prospettiva di coesistenza. Attraverso gite, attività e laboratori, i partecipanti possono capire la cultura dell’altro e soprattutto scoprire come vivono i loro coetanei dall’altra parte del muro: cosa pensano, quali sono i loro sogni, cosa li accomuna e cosa li differenzia. Uno dei momenti più intensi è il “Joint Memorial Ceremony”: la Giornata Commemorativa Israelo-Palestinese che si tiene ogni anno per ricordare le vittime su entrambi i fronti. Viene organizzata insieme al movimento binazionale dei Combatants for Peace e serve a ricordare che la guerra non è un destino ineluttabile. Il loro progetto “Esperienza della narrativa parallela” riunisce diversi gruppi di cittadini israeliani e palestinesi per condividere sia storie personali sia informazioni storiche su entrambi i popoli. Inoltre è stata creata una sezione femminile dell’associazione composta da oltre 150 donne, per far emergere la loro voce affinché possano avere un ruolo decisionale in un ipotetico futuro processo di riconciliazione.

Al People’s Peace Summit che si dovrebbe tenere il 30 aprile a Tel Aviv con oltre 80 associazioni della società civile riunite in una coalizione, It’s Time, Maoz Inon e Aziz Abu Sarah parleranno della loro storia raccontata nel libro The Future is Peace. Anche loro si sono incontrati dopo aver perso dei familiari. Maoz Inon ha perso i genitori, uccisi il 7 ottobre del 2023 dai terroristi di Hamas mentre Aziz Abu Sarah ha perso il fratello, torturato e ucciso dall’esercito israeliano. Entrambi fanno parte dell’associazione Interact, protagonista della coalizione che sta organizzando il People’s Peace Summit e collaborano con Il Parents Circle. Insieme hanno costruito un sorprendente percorso di riconciliazione che vale la pena di conoscere.

Ora più che mai, abbiamo tutti bisogno che il lavoro eroico di donne e uomini segnati da lutti, perdite e guerre venga riconosciuto con il Nobel per la Pace. Se lo meritano. Ce lo meritiamo.

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