Ho molti amici nella diaspora iraniana che hanno mantenuto lucidità in questi mesi terrificanti in cui attivisti e dissidenti sono passati dalla cauta speranza di vedere finalmente la fine della Repubblica Islamica al massacro – si stima che siano stati uccisi circa 30mila iraniani – alla guerra e alle devastanti conseguenze per il popolo iraniano che continua a subire una cruenta repressione. Fra loro c’è un grande artista, Taher Nikkhah Abyaneh, che nei giorni delle recenti proteste, ha proiettato il suo sogno sulla facciata di Palazzo Marino e del consolato iraniano con tre parole: “Freedom for Iran”.
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Ho conosciuto Taher e sua moglie, Delshad Marsous, fashion designer, nel 2022, durante le proteste globali di Donna, Vita, Libertà: una ribellione e una rivoluzione culturale che hanno cambiato il volto di Teheran e di tante altre aree urbane dove la popolazione non ha mai smesso di fare atti di disobbedienza civile. Era uno dei protagonisti a fianco delle donne che hanno messo la voce e il volto per sostenere la rivolta pacifica in Iran. Taher è stato, insieme a Delshad, un autorevole interprete per capire cosa stava accadendo realmente in Iran. Mai giudicante, mi ha spiegato anche la deriva radicale di tanti giovani che hanno sposato battaglie identitarie, senza sapere né forse aver mai studiato cosa fosse accaduto durante la monarchia dello scià Reza Pahlavi che piaceva tanto all’Occidente ma non era una democrazia, anzi.
Taher è molto noto in Iran e ha appena inaugurato una mostra che vi consiglio di vedere perché riesce sempre a guardare in prospettiva, sia come attivista sia come artista: La Fenice che è stata inaugurata il 22 aprile (dalle 18,00) negli spazi di Atelier Bis, all’interno del passante ferroviario di Piazza della Repubblica.
Con la mostra La Fenice, Taher Nikkhah Abyaneh vuole raccontare il popolo iraniano, costretto a vivere tra oppressione interna e devastazione della guerra.
Il progetto affronta la condizione dell’Iran contemporaneo: una società che si deve districare fra repressione politica, restrizioni sociali, la struttura autoritaria della Repubblica Islamica e oggi subisce anche le conseguenze della guerra e dei conflitti in corso”, mi ha spiegato. A pagarne il prezzo più alto sono i cittadini comuni, la cui sicurezza, serenità e prospettiva futura restano costantemente minacciate
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In questa serie di opere, Taher Nikkhah Abyaneh pone al centro il contrasto tra luce e oscurità. Ispirandosi ai racconti, poemi e credenze della cultura iraniana, l’oscurità diventa simbolo di ingiustizia, menzogna e rovina, mentre la luce rappresenta verità, libertà e possibilità di rinascita. E infatti il suo nuovo dipinto si chiama appunto La Fenice.
La mostra è articolata in due sezioni. La prima comprende opere cupe e dominate dall’ombra, che richiamano paura, lutto, insicurezza e logoramento sociale nell’Iran di oggi. In questa parte, rievoca anche un racconto dell’antica Persia: quello di un sovrano giusto, Bahram Gur, che vuole ristabilire la pace nel mondo. La seconda sezione, ispirata al mito della Fenice, sviluppa invece il tema della rinascita dalle ceneri, con opere in cui la luce assume un ruolo centrale e diventa simbolo di speranza.
Il progetto nasce anche dall’esperienza personale dell’artista. Taher ha vissuto gli otto anni della guerra Iran-Iraq durante l’infanzia, sotto i bombardamenti e nel clima costante del conflitto ed è scappato dall’Iran dopo aver partecipato alle proteste del 2009 del Movimento Verde. Nei suoi lavori più recenti è tornato sui temi della guerra, la memoria collettiva e l’impatto delle crisi sulla vita delle persone.

La mostra è articolata in due sezioni. La prima comprende opere cupe e dominate dall’ombra, che richiamano paura, lutto, insicurezza e logoramento sociale nell’Iran di oggi. In questa parte, rievoca anche un racconto dell’antica Persia: quello di un sovrano giusto, Bahram Gur, che vuole ristabilire la pace nel mondo. La seconda sezione, ispirata al mito della Fenice, sviluppa invece il tema della rinascita dalle ceneri, con opere in cui la luce assume un ruolo centrale e diventa simbolo di speranza.
Il progetto nasce anche dall’esperienza personale dell’artista. Taher ha vissuto gli otto anni della guerra Iran-Iraq durante l’infanzia, sotto i bombardamenti e nel clima costante del conflitto ed è scappato dall’Iran dopo aver partecipato alle proteste del 2009 del Movimento Verde. Nei suoi lavori più recenti è tornato sui temi della guerra, la memoria collettiva e l’impatto delle crisi sulla vita delle persone.
Vorrei che i temi del mio lavoro fossero più poetici, lontani dalla politica ma tutta la mia poesia prende forma in opere legate a temi politici che riguardano l’Iran e il resto del mondo. Per esempio, lo scorso anno ho collaborato con il museo di Canne della Battaglia, in Puglia. In quel progetto ho proiettato, attraverso la tecnica di luce e ombra, soldati dell’esercito romano e cartaginese sulle rovine del castello: soldati in pace, non in guerra. Ho voluto, attraverso la memoria di quella grande battaglia, portare un messaggio di pace di cui abbiamo tutti bisogno mi ha raccontato
Nato nel 1974, è professore universitario di arte, pittore, scultore e scenografo teatrale. Ha collaborato a diversi progetti con artisti come Marina Abramović, Michelangelo Pistoletto e Jannis Kounellis, ricevendo numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Come artista e attivista politico e sociale, dal 2009 è impegnato in progetti dedicati alla libertà, alla democrazia e alla pace. Durante le elezioni presidenziali del 2009, segnate da brogli diffusi e culminate nelle proteste del Movimento Verde, ha ricevuto delle minacce molto serie e ha dovuto cercare un rifugio.
A Milano, dove vive e lavora, ha partecipato a un progetto congiunto con Genesi, Museo Triennale e FAI / Amici del FAI, realizzando una serie di performance dedicate ai diritti umani in Iran e in dialogo con le opere di Fabio Mauri. Andate a trovarlo nel suo studio, Atelier Bis, all’interno della stazione Passante di Piazza della Repubblica. Vi accoglierà con un sorriso radioso, nonostante sia consapevole il suo Paese è sprofondato nelle tenebre e sempre più ostaggio dei Pasdaran. Vi mostrerà un’arte straordinaria e può darvi risposte che non troverete nelle cronache dei giornali. Con un tocco delicato di stupefacente generosità.
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Questa settimana parliamo anche di femminismo, di proteste e pacifisti a Tel Aviv, novità sugli artisti di seconda generazione e tante altre cose belle che ci trafiggono di luce in un mondo avvolto nelle tenebre.


