“Quando sono stato invitato qui, ho pensato a quale tipo di intervento avrei dovuto fare. E devo essere sincero: ero un po’ in ansia. Immaginavo di parlare di tecnicismi, di leggi, di tutto ciò che normalmente usiamo per spiegare l’integrazione. Poi mi sono ricordato che sono marocchino d’origine. E allora oggi vi parlo della mia integrazione”. Zakaria Rouimi, coordinatore infermieristico, ha esordito così, con ironia, al convegno nazionale promosso dall’Associazione Infermieri del Mondo. La sua testimonianza mi ha colpito per il protagonismo vitale e la capacità di leadership che sta emergendo fra gli operatori e operatrici di origine straniera, essenziali per far fronte all’emergenza del deficit di organico ma anche per adottare un approccio più accudente nei confronti dei pazienti.

 

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Sono arrivato in Italia vent’anni fa, all’età di dieci anni. Ho raggiunto mio padre nelle Marche. Una classica storia migratoria: una famiglia che si ricongiunge per cominciare una nuova vita. La mia formazione — dalla fine delle elementari all’università — l’ho fatta ad Ascoli Piceno. Poi è iniziato il mio percorso professionale: ho vinto un concorso, ho lavorato in una RSA, al pronto soccorso, e oggi sono coordinatore infermieristico. Questa doppia appartenenza — marocchina e italiana — è diventata una risorsa. Mi ha dato due lingue, due sensibilità, due modi di vedere la salute. Perché, lo sappiamo, il concetto di salute cambia da Paese a Paese. E chi vive l’integrazione impara necessariamente ad ascoltare. Se non ascolti, non puoi capire. E se non capisci, non puoi incontrare l’altro

Zakaria Rouimi ha espresso un concetto fondamentale: “L’integrazione non è una teoria ma un gesto quotidiano e una pratica costante. È dialogo, è cura. Ed è qualcosa che cambia a seconda delle persone che incontriamo”, ha raccontato per spiegare la sua filosofia. “Nelle RSA, gli ospiti vivono lì: diventi parte della loro quotidianità. Quando sono andato via, è stato un vero e proprio saluto tra amici. Lì ho imparato a leggere anche le parole non dette. Al pronto soccorso, che è una porta accessibile a tutti, arrivano persone da ogni parte del mondo, spesso con una barriera linguistica. E allora non basta la tecnica: serve l’interesse sincero, la voglia di capire. Ognuno vive il dolore in modo diverso. La sofferenza non è uguale in Africa, in Asia, nei Paesi dell’Est o in Europa. Il pronto soccorso mi ha insegnato a rispettare queste differenze”.

Nel ruolo di coordinatore, Zakaria Rouimi deve creare un ponte fra gli infermieri, tenendo in considerazione sensibilità differenti perché una stessa diagnosi viene percepita a seconda del proprio contesto culturale. E allora l’integrazione, nella pratica quotidiana, coincide con la qualità dell’assistenza. “Una delle cose che mi ha sempre commosso è vedere i miei colleghi italiani salutare i pazienti arabi usando le poche parole che avevano imparato grazie a me. È un piccolo gesto ma fa la differenza. Un saluto nella lingua dell’altro può aprire tante porte”, ha osservato.

Al convegno erano presenti infermieri provenienti da tanti Paesi, fra cui l’India, la Tunisia, la Romania, Perù. La presidente dell’associazione Infermieri del Mondo, Rosa Melgarejo, italoperuviana, ha organizzato insieme al suo direttivo distinti panel con ospiti qualificati: direttori sanitari di grandi aziende sanitarie, operatori sanitari e figure istituzionali di grandi aziende ospedaliere come il Policlino o la ASST Sette Laghi, hanno raccontato perché hanno deciso di investire sul personale con origini straniere e affrontare con anticipo il tema della formazione. Riuscendo a intuire la sfida epocale per un Paese invecchiato che rischia di invecchiare male, ma anche la necessità di valorizzare i giovani operatori sanitari per cercare di invertire la rotta del declino della sanità, nei reparti, unendo fattori imprescindibili: professionalità, competenza linguistica e tecnologica, umanità.

“Per la prima volta colleghe e colleghi provenienti da Tunisia, India, Romania e Perù ci hanno messo la faccia, sono saliti sul palco per raccontare il loro viaggio professionale in Italia: difficoltà linguistiche, integrazione nei reparti, sfide ma anche tanta forza, competenza e cuore”, ha affermato per incoraggiarli a esporre anche le criticità, tante, da risolvere. Temi che lei conosce bene poiché lavora nella formazione dei neoassunti del Policlinico. “Accanto a loro, i colleghi italiani hanno condiviso strategie concrete di accoglienza e inserimento lavorativo: un vero esempio di collaborazione interculturale”, ha detto la presidente Rosa Melgarejo che NRW segue da anni per la capacità di creare rete e inclusione all’interno della comunità degli operatori sanitari italiani e di origini straniere, facendo ponte con le istituzioni italiane e nel mondo.

Tutto bene quindi? Assolutamente no. Sono tantissimi gli ostacoli da superare, fra cui anche le forme di reclutamento in Italia e all’estero attraverso agenzie che creano distorsioni, discriminazioni economiche e opacità. Si tratta di un tema complesso che ho descritto in questa inchiesta su Vita.it: Senza gli infermieri stranieri, la sanità italiana crolla.

Con 6,6 infermieri per mille abitanti, l’Italia si colloca sotto la media Ue di 8,4, mentre il fabbisogno inevaso è stimato tra i 63mila e i 220mila infermieri necessari per raggiungere i valori di Francia, Germania e Spagna. Pur auspicando di frenare l’emorragia di infermieri che stanno abbandonando il Sistema sanitario nazionale, il 40% del personale in attività raggiungerà l’età della pensione entro i prossimi 15 anni. Secondo l’Amsi, l’associazione di medici stranieri in Italia, fra medici e operatori sanitari si arriva a oltre 100mila professionisti. E vi consiglio di leggere il lungo report de La Fondazione Ismu che si intitola: Non mettiamoci un cerotto. Il reclutamento di infermieri all’estero nel quadro di una nuova governance della professione infermieristica.

Ma terrò a mente le parole pronunciate dagli operatori stranieri o di origini straniere perché il convegno della Associazione degli Infermieri del Mondo ha segnato un primo passo di un’alleanza necessaria e urgente fra istituzioni e personale sanitario.

Per curare bene bisogna saper comunicare, per ridurre i rischi clinici, bisogna creare fiducia. All’inizio c’è sempre un piccolo gap di fiducia — sia quando il paziente è straniero, sia quando lo è il professionista. Col tempo, però, questo gap può diventare una ricchezza

Ps. La maggior parte delle figure in ascesa degli operatori sanitari impegnati nella formazione, nel coordinamento e nelle best practice sono donne ✌🏽

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