Sono, siamo, davanti a tanta violenza e molta, troppa insicurezza delle risposte politiche. Un giovane radicalizzato attacca la folla festante del Pride in nome del suo fanatismo. Era stato intercettato dalle autorità tedesche ma non è servito. Attenzione a non generalizzare. Questo il messaggio del medico Andi Nganso che era a Berlino ed è nato in un Paese dove l’omosessualità è un reato.

 

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Poi c’è stato subito Parigi, dove un altro giovane ha attaccato tre donne in nome di Allah, pare, o del suo disturbo mentale – non si sa mai con certezza perché sempre più spesso fanatismo e disturbi psicotici si intrecciano. I giornali europei dissezionano di nuovo il tema dell’islamismo, analizzano come i programmi di deradicalizzazione funzionano ma non per tutti. Se metto tutti gli episodi di violenza in fila, senza pause, sembra che il mondo sia crollato in questa torrida estate del 2026.

Eppure c’è sempre uno scarto fra la percezione e la realtà. Restiamo sul caso Fakir ad esempio. Nel 2020, quando piazze e social media erano infiammati per il soffocamento brutale di George Floyd, su NRW ci siamo occupati del caso di Arafet Arfaoui, morto il 17 gennaio 2019 a Empoli durante un fermo di polizia. Era entrato in un negozio di alimentari etnici per inviare 40 euro tramite money transfer, ma secondo il commerciante una delle due banconote da venti euro che l’uomo gli aveva consegnato era falsaDiscutono. Il commerciante chiama la polizia. Arfaoui aspetta la volante e quando arriva si fa identificare, mostra i documenti, racconta la sua versione dei fatti.

Inquadrato dai video di sorveglianza, si mostra collaborativo, ma alterato. Ha assunto della cocaina, si scoprirà più avanti. Compra un tè freddo pochi istanti prima di uscire, va nella macelleria di fronte e dopo pochi secondi rientra nel money transfer, visibilmente agitato e impaurito. Seguito dalla polizia, si chiude nel bagno – due metri quadrati scarsi, non coperti dalle telecamere, da cui la polizia cerca di farlo uscire. L’unica cosa che si vede, per pochi istanti, è un momento concitato nel quale i poliziotti stanno cercando di mettergli le manette, ha ricostruito Cristina Kiran Piotti nel giugno del 2020

Passano i minuti, arriva un’altra volante, viene chiamata un’ambulanza. Arrivano sul posto una dottoressa e un’infermiera ma per circa cinque minuti non si avvicinano a lui finché uno dei poliziotti avverte che l’uomo ha cambiato colore. Arfaoui è morto così, disteso a terra a pancia in giù, con mani e piedi legati da un cordino che il negoziante aveva fornito agli agenti, mentre negli stessi minuti la moglie lo cerca per le vie del centro.

Secondo il consulente medico-legale del pubblico ministero – e secondo lo stesso pubblico ministero che ha richiesto l’archiviazione del caso – Arafet Arfaoui è morto per infarto dovuto a un’intossicazione di cocaina. Per l’avvocato Giovanni Conticelli, che rappresenta la moglie Azzurra Arfaoui, gli esami tossicologici escludono che la quantità di cocaina assunta dall’uomo fosse tale da causare la morte. “In base agli accertamenti medico-legali del nostro consulente sono stati rilevati elementi che potrebbero indicare una concausa asfittica da posizionamento. Una posizione contraria a quanto riportano i manuali operativi delle forze di polizia, che raccomandano di non mantenere gli arrestati, specie se in stato di alterazione psicofisica, in posizione prona, proprio per evitare rischi”, riassume Conticelli

Allora Cristina Kiran Piotti ragionava sulle analogie con l’omicidio di George Floyd, raccontava la fredda disperazione della moglie Azzurra che, come hanno fatto i parenti di Abderrahim Fakir oggi, smontava il cliché del marito descritto esclusivamente in modo negativo. Qui potete leggere la versione integrale dell’articolo.

Eppure le analogie con il caso Fakir sono impressionanti. Anche lui era in uno stato di forte agitazione, è stato immobilizzato a terra, ammanettato e trattenuto da più persone mentre chiedeva aiuto e faticava a respirare. In entrambi i casi la questione decisiva è la stessa: stabilire se la morte sia dipesa soltanto dalle condizioni della persona e dalle sostanze assunte oppure se la modalità del contenimento abbia avuto un ruolo. Il precedente di Arfaoui mostra anche come può finire un’inchiesta simile: le immagini e la posizione prona possono sollevare interrogativi gravissimi

Volete sapere come è andata a finire? Con un’archiviazione. Nel maggio 2022 il gip ha archiviato il procedimento nei confronti dei cinque poliziotti, del medico e dell’infermiera del 118 indagati per omicidio colposo.

Sul sito web della onlus A Buon Diritto, nel febbraio scorso si parla del caso di Riccardo Magherini morto il 3 marzo 2014, dopo essere stato fermato da una pattuglia di carabinieri tra le strade di Borgo San Frediano, a Firenze. Alcuni militari immobilizzano Riccardo sull’asfalto per oltre venti minuti: lo rovesciano prono a terra, gli portano le braccia dietro la schiena e bloccano i polsi con le manette. Il 15 gennaio 2026, quasi dodici anni dopo, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per due violazioni del diritto alla vita: per l’uso non necessario e sproporzionato della forza e per l’inefficacia dell’indagine successiva. Nell’articolo vengono ricordati altri casi simili: Federico Aldrovandi, Riccardo Rasman, Bohli Kaies, Luca Ventre ed Enrico Lombardo. A questi si aggiungono Stefano Cucchi e altri cittadini morti mentre erano affidati alla custodia o alla responsabilità degli apparati dello Stato. Persone che avrebbero dovuto ricevere protezione e tutela e che invece hanno incontrato la morte.

Alcuni hanno ottenuto una forma di giustizia postuma, altri no. A riprova che la violenza e la sopraffazione non sono un’esclusiva di questa torrida estate del 2026. E che i diritti umani vanno difesi sempre: presidiati e riconquistati ogni volta che vengono negati.

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