Il 16 settembre è stato il terzo anniversario dell’omicidio di Mahsa Jina Amini, la giovane curda torturata e uccisa dalla polizia morale iraniana. Il suo barbaro assassinio ha provocato una rivolta di donne, uomini, giovani della generazione Z che hanno chiesto e ancora chiedono un cambio di regime. Affamati di pane e libertà, come la maggioranza del popolo iraniano. Chi era Mahsa Jina Amini? Tanti sanno che è stata uccisa ma pochi quale sia stata la sua vita prima di finire nella rete fatale dei suoi aguzzini. Nella sua storia, che vi racconto questa settimana trovate tutto quello che dovreste sapere per difendere anche i diritti degli iraniani (nel 2025 sono state impiccate oltre 920 persone). Le manifestazioni sono state poco partecipate per via dell’angoscia verso la guerra a Gaza, gli eccidi dei palestinesi, la pulizia etnica e anche per una tendenza, precedente all’attacco di Hamas del 7 ottobre del 2023, di seguire le tragedie con una superficialità che porta a guardare ogni evento più che drammatico con una sorta di deriva emotiva davanti al flusso di notizie che impedisce di tenere tutto assieme con uno sguardo a volo d’aquila.

 

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Ma chi era veramente Mahsa Jina Amini?

La Polizia Morale iraniana ha vietato ogni assembramento sulla sua tomba nel cimitero Aychi di Saqqez, nel Nord Est del Paese. Ma è impossibile cancellare la memoria di questa ragazza di origini curde, pestata a morte dalle Pattuglie dell’Orientamento di Teheran, nome ufficiale della Polizia Morale, per non aver indossato correttamente il velo a coprire i capelli, lasciando libera una ciocca. La sua morte è stata la scintilla che ha scatenato le proteste degli iraniani, giovani e non solo, all’inizio soprattutto donne, raccolte dietro al grido scandito Donna, vita, libertà, che dalla protesta contro l’obbligo di usare l’hijab è dilagata fino a chiedere un cambiamento radicale del regime. Seppur nessuno dei suoi familiari abbia mai raccontato che Mahsa rifiutasse di indossare il velo, obbligatorio dal 1979 con l’avvento al potere dell’ayatollah Khomeini, si sa che questa ragazza non amasse particolarmente coprirsi i capelli. Pur facendo parte di una famiglia moderatamente religiosa, a casa si faceva di tutto per mantenere vive le tradizioni della origine curda degli Amini. Per i curdi, musulmani di origine sunnita, a differenza dell’Iran prevalentemente sciita, alle donne non è imposto il velo, che non fa nemmeno parte dei costumi tradizionali.

 

All’anagrafe Mahsa doveva essere registrata come Jina, talvolta pronunciato come Zhina, che in lingua curda significa “vita” nel senso di “persona che dà la vita”. Ma nel 1999 in Iran vigeva ancora il divieto di registrare i nomi curdi. Così, di autorità, i funzionari pubblici dell’anagrafe di Saqqez le imposero il nome di Mahsa, che in parsi significa “simile alla luna”. Anni dopo i nomi di origine curda sarebbero stati accettati anche dal regime degli ayatollah, tanto che lei avrebbe poi adoperato indistintamente i suoi due nomi Mahsa e Jina, fino ad allora usato solamente in famiglia. Come molte iraniane, Mahsa Amini indossava il velo solo in determinate circostanze, soprattutto quando era all’aperto o doveva entrare in un edificio pubblico, come a scuola. Molto spesso, nelle feste ufficiali curde, o quando giocava a pallavolo, la sua grande passione, preferiva lasciare liberi al vento i suoi lunghi capelli neri. Suo zio Safa Aeli ripeteva spesso per questo in famiglia: “Non chiamate la mia ragazza Jina, chiamatela Shane che in lingua curda significa brezza”

 

 

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Eppure quello che poteva essere letto come un gesto politico di protesta, per lei era solo una scelta estetica, di una ragazza come tante che amava il rossetto, scarlatto come lo smalto sulle unghie. Non c’è nessuno, a scuola, tra i suoi amici e parenti, che racconta di un interesse per la politica da parte di Mahsa Amini. Anzi, il ritratto che ne fanno tutti, è quello di una bambina e poi di una ragazzina come tante, molto educata e un pò timida. Suo padre Amjad Amini è un impiegato di un ufficio pubblico statale di Saqqez. Sua madre Mojgan è casalinga, attiva nelle associazioni scolastiche dei genitori. Mahsa frequenta le Shahrak Elementary School, la Hijab Secondary School e la Talegani High School dove si diploma nel 2022. Il suo sogno di bambina è quello di diventare medico. Un giorno accompagna il padre a comperare un camice bianco che deve indossare in ufficio. Mahsa ne vuole uno anche per sé e chiede che gli regali anche uno stetoscopio giocattolo. Quando è chiusa nella sua cameretta ad auscultare le bambole e sua madre bussa alla porta, lei chiede ridendo se ha un appuntamento. A scuola è una bambina modello con ottimi voti, troppo timida per avere molti amici. Le piace la pallavolo e nuotare. Nel 2022 Mahsa Amini viene ammessa alla facoltà di Medicina dell’Università. Prima che inizino i corsi, decide di andare in gita a Teheran insieme al fratello Kiarash, per incontrare alcuni parenti. È il 13 settembre 2022. Mahsa Amini non farà più ritorno a casa. Mahsa Jina Amini viene fermata insieme al fratello dalla Polizia Morale alle 6 del pomeriggio di martedì 13 settembre 2022, vicino alla stazione della metropolitana di Haqqani a Teheran. Gli agenti la conducono al commissariato di Vozara e rassicurano il fratello che la terranno solo per un breve corso di indottrinamento, della durata di un’ora, sul corretto modo di indossare l’hijab religioso. Due ore dopo, alle 8 di sera, un’ambulanza lascia il posto di polizia. Suo fratello Kiarash chiede all’agente di guardia per chi fosse l’ambulanza. Gli dicono che si era ferito un poliziotto. Mahsa Jina Amini viene ricoverata nel reparto di terapia intensiva del Kasra Hospital. Ha una lesione cerebrale con formazione di un edema, sanguina dalle orecchie, ha lividi sotto gli occhi, diverse fratture facciali ed importanti emorragie. Dopo tre giorni di coma, Mahsa Amini viene dichiarata morta. Il Kasra Hospital lo stesso giorno del decesso, il 16 settembre, posta un comunicato sul proprio profilo Instagram nel quale si rileva che la ragazza al momento dell’arrivo in ospedale era già cerebralmente morta. Il messaggio su Instagram rimane poche ore e viene prontamente cancellato.

 

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Le autorità di Teheran fanno circolare la notizia che Mahsa Amini è morta per aver battuto la testa cadendo da sola a seguito di una non meglio precisata malattia grave di cui avrebbe sofferto. Mojgan Amini, la madre, smentisce la circostanza. La notizia dell’uccisione di Mahsa Amini fa presto il giro del Paese e alimenta le proteste contro l’obbligo di indossare il velo iniziate già nel 1979. La mattina del 17 settembre il corpo della giovane viene trasferito nel cimitero Aichi di Saqqez per essere cremato. Le manifestazioni al grido di Donna, vita, libertà dilagano nel Paese. La repressione è brutale. Da allora si contano migliaia di arresti e centinaia di esecuzioni capitali di oppositori al regime. L’8 marzo 2024 il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, dopo un’approfondita inchiesta, accerta che la morte di Mahsa Amini è stata causata dalle violenze fisiche subite dalla ragazza durante la detenzione nel commissariato.

Niloofar Hamedi ed Elaheh Mohammadi, le due giornaliste che per primi hanno reso pubbliche le notizie sulle cause dell’omicidio della ragazza, sono finite in carcere. Nel primo anniversario della morte il padre di Mahsa, Amjad Amini è stato arrestato e poi rilasciato dopo che gli è stato intimato di non tenere alcuna cerimonia funebre per la figlia. Il 12 settembre 2023 il 118 esimo Congresso degli Usa vota il Mahsa Amini Human Rights and Security Accountability Act, che impone nuove sanzioni all’Iran. Analoghi provvedimenti vengono presi dal Canada e dall’Unione Europea. Nello stesso anno il Parlamento Europeo assegna il Premio Sakharov per la Libertà di Pensiero a Mahsa Amini e al movimento Donna, Vita, Libertà. Nel mondo sono state intitolate a Mahsa Amini strade, piazze e parchi a Londra, Ottawa, Parigi e Vienna. A oggi in Iran non è stata aperta alcuna inchiesta giudiziaria sulla morte di Mahsa Amini. Questo è un estratto della sua storia raccontata nel libro Vita e libertà contro il fondamentalismo.

La nuova invasione a Gaza e i crimini di guerra nei territori occupati, la follia del governo israeliano che nessuno riesce a fermare non devono indurci a ignorare gli iraniani, il loro coraggio e fame di democrazia. Il silenzio nei loro confronti è inaccettabile e altrettanto complice.

Continua a leggere la newsletter Pensieri e racconti intrecciati dalle Nuove Radici su Substack dove vi racconto come è andata al bellissimo Festival del Pensare Contemporaneo di Piacenza, e del dialogo fra l’attrice e attivista Sadaf Baghbani e il direttore di Iran Human Rights, Mahmood Amiry-Moghaddam nella bellissima chiesa sconsacrata di San Vincenzo del 1612, ora Sala dei Teatini. Sadaf ci ha travolto, raccontando cosa abbia significato partecipare al movimento Donna, Vita, Libertà e la sua scelta di venire in Italia, mentre il brillante scienziato arrivato da Oslo ci ha raccontato la sua battaglia internazionale per fermare le esecuzioni capitali, iniziata con una manifestazione oceanica a Oslo per un ragazza, Leyla, abusata dal fratello e di come è riuscito a salvarla dalla forca. Perché la società civile può essere davvero potente. 

 

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