Non vi tedierò con un’altra analisi di dati e posizioni dei diversi governi europei sulle politiche migratorie. Non aggiungerò alcun elemento sull’attacco, pianificato o meno, delle destre contro il governo liberal della Spagna. Non mi interessa questo gramo dibattito costruito in vista delle molte elezioni in arrivo intorno a un’emergenza che non c’è ma serve a fare rumore e, chissà, forse anche a creare consenso (anche se l’arma migratoria è molto spuntata).
Quello che più mi ha colpito e addolorato è stato osservare come 70mila delle circa 72mila persone entrate a Ceuta siano già rientrate. Giovani uomini e donne sono arrivati, rischiando la vita in mare, per un sogno che non era soltanto l’Europa, per quanto malandata, ma il diritto ad avere una vita diversa, a spostarsi, a cambiare il proprio destino. Un diritto che costituisce le fondamenta della nostra civiltà. Passiamo le ore d’ozio sui social media a parlare del viaggio di Ulisse ma assistiamo con indifferenza alla marcia di oltre 70mila persone, molte delle quali non avevano progettato di migrare per sempre. Poche migliaia provenienti dall’Africa subsahariana sono ancora a Ceuta nella speranza di raggiungere la Spagna mentre centinaia di minori non accompagnati sono rimasti perché la legge obbliga l’Europa a proteggerli

Questa immagine, diventata virale, è stata creata dall’AI e spiega in modo simbolico cosa è successo a tutti quelli che hanno inseguito il sogno infranto nell’arco di ventiquattro ore. Penso a Faten Ben Omar El Azizi perché la sua storia rompe la narrazione dominante. Faten aveva vent’anni, giocava a calcio in una squadra di Tetouan e non apparteneva all’immagine stereotipata di chi parte perché non ha nulla. Aveva una vita, una passione, una rete di relazioni. Eppure è morta tentando di raggiungere Ceuta a nuoto.
Secondo la famiglia, proprio quel giorno sarebbe stata approvata la sua richiesta del suo visto Schengen.. Non sappiamo perché non abbia aspettato. Non sappiamo se volesse raggiungere qualcuno, cercare una squadra, vedere l’Europa o semplicemente attraversare quel confine che aveva davanti agli occhi da sempre. Un paradosso intollerabile: una giovane donna autorizzata a viaggiare legalmente è morta cercando di percorrere pochi chilometri di mare
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Non tutti quelli che hanno tentato di entrare a Ceuta erano costretti a fuggire dalla fame. Alcuni volevano solamente partire, muoversi, provare, vedere, raggiungere un luogo che conoscevano già attraverso gli smartphone, i social media, la musica e le storie degli amici. È questa forse la contraddizione più feroce del terzo millennio iperconnesso: tutto attraversa il Mediterraneo tranne le persone.
Le immagini viaggiano senza passaporto. I desideri arrivano in tempo reale. Una ragazza marocchina può seguire il calcio spagnolo, parlare con chi vive a Madrid o a Barcellona, immaginarsi altrove e sentirsi già parte dello stesso spazio culturale. Poi però scopre che quel mondo è vicino solo sullo schermo. Per raggiungerlo davvero servono un visto, denaro, documenti, autorizzazioni e soprattutto un passaporto abbastanza forte.
Per una cittadina europea andare da Algeciras a Tangeri è un viaggio. Per una marocchina compiere il percorso inverso è un assalto, un reato o una morte per annegamento. La mobilità, che dovrebbe essere una delle forme elementari della libertà umana, è diventata un privilegio da difendere da tutti i governi europei. Con buona pace dell’ipocrisia.
Intorno a Ceuta si intrecciano certamente interessi dettati dalla geopolitica. Il Marocco controlla una delle porte del Mediterraneo e usa da tempo la cooperazione migratoria come leva nei rapporti con Madrid e Bruxelles. Sullo sfondo ci sono Ceuta e Melilla, il Sahara occidentale, l’Algeria. Ci sono sospetti di frontiere lasciate aperte, pressioni diplomatiche, campagne di disinformazione e complotti veri o presunti contro la Spagna.
Ma mentre governi e partiti discutono su chi abbia mosso migliaia di persone come pedine, quelle persone scompaiono. Restano i numeri, le frontiere, i ministri e i vertici europei. Scompare Faten insieme a 75 giovani (per ora) che sono annegati nel loro sogno.
La destra parla di invasione. La sinistra risponde parlando di diritti e responsabilità europee. Entrambe restano spesso dentro un dibattito che riguarda soprattutto l’Europa, le sue paure, le sue elezioni e i suoi equilibri. Ma l’emergenza continentale che viene evocata non esiste. Esiste invece una crisi profonda della mobilità. Esiste una generazione che vive in un mondo senza distanze apparenti e scopre di essere prigioniera dentro il proprio passaporto.
Ovviamente c’erano tanti giovani che volevano guadagnare meglio, stare meglio, avere più opportunità. Quelli che dicevano “Quiero solo trabajar”. A Ceuta due continenti si sfiorano e in quello europeo, incapace di rinnovarsi, ci sono delle libertà che la modernizzazione del Marocco non può garantire ma..
Faten, come tanti altri giovani incontrati dai reporter, non aveva bisogno di essere salvata. Aveva il diritto di potersi muovere. E invece sono tutti stati ferocemente ingannati. È questa la tragedia nella tragedia. La mobilità che ha fatto nascere ed estinguere tante civiltà è naufragata sugli scogli di un’enclave europea in Nordafrica. Non ci saranno più colonne d’Ercole. E nella fine del sogno europeo, muore anche il nostro sogno di libertà.
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