Andiamoli a prendere, i profughi ucraini, ma non dimentichiamo le donne afghane. Si aspetta con febbrile attesa la carovana che è andata a prendere in Polonia i rifugiati individuati grazie alle rete dei Bambini dell’Est che per anni ha ospitato i bambini di Chernobyl. Un viaggio umanitario reso possibile da Refugees Welcome Italia che ha avviato una staffetta di volontari per fare la spola fra il confine polacco, a Przemysl, e Milano e portare i profughi dalle prime famiglie milanesi che hanno deciso di spalancare le porte delle loro case, oltre che il cuore. Stamane è partita un’altra carovana organizzata da Refugees Welcome Italia, I bambini dell’est e i cuochi di Rob de Matt.
L’emergenza ucraina ci sta portando a sperimentare un nuovo modello di ‘accoglienza diffusa’ grazie a cui un’intera comunità si mobilita per prendersi cura delle persone, ha spiegato Valentina La Terza di Refugees Welcome

Un pullman, quattro furgoni e cinque automobili, con 25 persone a bordo, carichi di aiuti umanitari per il popolo ucraino, sono partiti con destinazione Przemysl, la cittadina polacca vicino al confine con l’Ucraina. A bordo anche una brigata di cucina del bistrot Rob de Matt che cucinerà un pasto caldo per duemila rifugiati. Una mobilitazione senza precedenti che solo fino a qualche anno fa sarebbe stata bersaglio di polemiche e considerata dai detrattori populisti come push factor dell’immigrazione. E invece la guerra “europea” ha costretto tutti a farsi carico di un esodo di cui ancora non conosciamo le proporzioni. Sul sito di Refugees Welcome, 350 famiglie milanesi si sono candidate per accogliere le madri in fuga con i loro figli di cui sono state già state contattate e considerate idonee 200.
L’associazione I bambini dell’Est da 12 anni organizza i soggiorni estivi e invernali di orfani originari delle città di Kharkiv, Zhytomir e Berdichev. «Stiamo cercando di far uscire dall’Ucraina il maggior numero possibile di persone», ha raccontato Federica Bezziccheri, presidente dell’associazione. Oggi dal confine tra Polonia e Ucraina è partito un pullman, a bordo del quale stanno viaggiando 47 persone tra donne e bambini, che arriveranno a Milano domani mattina presto e che saranno accolte nelle case delle famiglie milanesi. «Parlandone con il mio aiuto cuoco abbiamo pensato che sarebbe stato bello andare a cucinare per i profughi ucraini al confine con la Polonia», ha detto Edoardo Todeschini, fondatore del bistrot sociale Rob de Matt.
Per noi non ci sono rifugiati di prima o di seconda classe: questa estate alcuni di noi erano su una nave per salvare le persone che rischiano la vita attraversando il Mediterraneo. Durante il primo lockdown, abbiamo cucinato per i senza fissa dimora di Milano. Oggi partiamo per dare il nostro contributo a questa drammatica emergenza umanitaria
Andiamoli a prendere, i profughi ucraini, ma non dimentichiamo le donne afghane.
A guardare le prime immagini dei giovani, assonnati e smarriti, a bordo dei primi pullman che siamo andati a prendere per aiutarli a casa nostra, mi rendo conto che è successa una cosa straordinaria perché l’invasione russa ha svegliato le coscienze di tanti che hanno sonnecchiato durante la lunga fase pandemica non ancora conclusa. Costretti a fare i conti con uno tsunami che non avevamo previsto. Come sarà possibile sostenere nel lungo periodo l’accoglienza diffusa di un popolo diviso fra chi fugge e chi resiste all’aggressione di Vladimir Putin? Per quanto tempo le famiglie potranno accogliere i profughi che arrivano per restare a tempo indeterminato? E poi cosa succederà agli altri profughi che premono per essere accolti in Europa?
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Atefa Ghaffory, giornalista e attivista afghana salvata nel dicembre scorso, mi scrive ogni giorno dalla Svezia per cercare di aiutare due donne afghane scappate in Pakistan dopo essere state picchiate e perseguitate dai talebani. Mi ha chiesto aiuto per Najiba, ostetrica che ha aiutato centinaia di donne nel suo villaggio a partorire e ha salvato la vita a centinaia di donne che non potevano recarsi in ospedale dai mariti a causa di restrizioni religiose. I talebani hanno cercato di ammazzarla ed è riuscita a scappare. Habibeh è stata insegnante in una scuola femminile. Laureata in Economia, ha dedicato la sua vita all’educazione delle ragazze e ha tenuto corsi di matematica, trigonometria e scienze. I talebani hanno attaccato i rifugio dove si trovavano Habibeh e Najiba con i loro figli. «Ti chiedo per favore di aiutarmi a salvarle: sono delle eroine ed entrambe hanno il diritto a vivere in un Paese sicuro», mi ha scritto Atefa Ghaffory. Purtroppo il destino delle donne afghane alle quali è stata dedicata una conferenza al Parlamento europeo poche settimane prima che l’Ucraina venisse invasa dai soldati di Vladimir Putin ora non interessa più a nessuno.
Ho provato a dirle che c’è una guerra in Ucraina, nel cuore dell’Europa, ma cosa posso replicare a un’attivista che ha passato la vita a combattere la violenza brutale di una guerra infinita?
Andiamoli a prendere, i profughi ucraini, ma non dimentichiamo le donne afghane. Smettiamo di vivere ogni emergenza come se fosse l’ultima e come se non ci fosse una domani. Per quanto grande sia la nostra paura di un conflitto globale, non possiamo abbandonarle.



