Se non vivessimo tempi stranianti, sembrerebbe surreale. Dopo venti anni di vigilanza armata, una fuga vergognosa, il caos, la restaurazione dell’Emirato Islamico e l’oblio, la democrazia del vecchissimo continente perde un altro tassello. Una delegazione talebana è stata ricevuta il 23 giugno a Bruxelles dalla Commissione europea insieme ai rappresentanti di 15 Stati membri per discutere il rimpatrio di afghani. Quanti? Un milione di afghani ha chiesto protezione in Europa. A spingere per questa intesa “tecnica” è la Germania di Friedrich Merz, sensibile alla pressione dell’estrema destra, ma anche tanti altri civilissimi Paesi dove si concentra il maggior numero di esuli afghani hanno partecipato a quello che molti hanno ribattezzato “il patto della vergogna” perché rischia di trasformare l’Afghanistan in un Paese sicuro. Viva l’Europa.

Ho chiesto a ChatGPT di elaborare un’immagine che sintetizzasse questo patto. E mi pare abbia colto il segno (non era un compito difficile) perché si negoziano i diritti umani davanti ai fantasmi delle donne messe in gabbia, senza occhi né voce. Per decreto.

 

Oltre 80 organizzazioni di diritti umani, sia afghane sia internazionali hanno firmato un appello per chiedere che venga rispettato il principio di non-refoulement, che vieta di rimandare una persona in un Paese dove rischia persecuzioni, torture o trattamenti inumani. E la premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai, simbolo globale della battaglia per il diritto all’istruzione, ha espresso così il suo sconcerto.

Questa decisione mi lascia profondamente scossa e turbata. Parliamo degli stessi talebani che hanno vietato alle ragazze di frequentare la scuola secondaria e le hanno costrette ai matrimoni forzati. Gli stessi talebani che, solo all’inizio di questo mese, hanno arrestato decine di donne a Herat per il modo in cui erano vestite. Gli stessi talebani che arrestano, picchiano e uccidono le donne che osano alzare la voce o infrangere le loro regole. Attraverso un sistema di apartheid di genere, i talebani hanno cancellato donne e ragazze dalla vita pubblica. L’Europa non deve legittimare un regime responsabile di una delle più gravi crisi dei diritti umani al mondo. Qualsiasi dialogo con i talebani deve iniziare e finire con la tutela dei diritti delle donne e delle ragazze afghane

 

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Oltre alle reazioni indignate, voglio parlarvi di una delle tante storie di resistenza culturale in Afghanistan perché non bisogna mai dimenticare le tante fiamme che restano accese anche nei contesti più tragici. È la storia di Fatema Uzgun Nusrat, fondatrice della Behdukht Academy, narrata anche in un episodio del podcast di Amnesty International On the Side of Humanity.

Nel giugno 2026 Amnesty International ha pubblicato la sua testimonianza in cui racconta come è nata l’idea che l’ha portata a creare una scuola su WhatsApp dopo che, durante il primo regime talebano, fu obbligata a smettere di studiare.

Un nostro parente venne a casa e ci avvertì che tenere dei libri era diventato pericoloso. Così li bruciammo, insieme alle fotografie di famiglia. Per paura e incertezza, la gente arrivò perfino a buttare via gli spazzolini da denti, perché circolava la voce che i talebani usassero soltanto il miswak – un rametto di legno utilizzato per l’igiene orale – e disapprovassero gli spazzolini. Vivevamo in un clima di paura costante, dove perfino le cose più semplici sembravano pericolose

Lei riuscì a salvare alcuni libri dalla biblioteca del nonno. Durante le estati torride si alzava all’alba per leggere, quando tutti dormivano ancora. Il suo romanzo preferito, un volume con la copertina verde, lo lesse sette volte. Nella sua provincia non c’era elettricità. La sera la famiglia studiava riunita attorno a una lampada a olio. Il padre lavorava lontano da casa, mentre la madre sedeva ogni sera accanto ai figli. “Quando ripenso a quegli anni, penso a noi seduti in un piccolo cerchio di luce, a leggere e ridere insieme in una casa immersa nel buio”.

La caduta del primo regime talebano sembrò aprire una stagione nuova. Fatema riuscì a laurearsi in Giurisprudenza all’Università di Kabul, lavorò per diverse organizzazioni non governative e ottenne una borsa di studio per un master a Istanbul. Era convinta che l’Afghanistan stesse finalmente costruendo il proprio futuro.

Quel futuro si interruppe nell’agosto del 2021. Mentre stava completando un master a Istanbul, i talebani tornarono al potere e divenne subito chiaro che non avrebbe potuto rientrare nel suo Paese. Fu allora che decise di reagire. Contattò alcune famiglie con figlie adolescenti escluse dalla scuola e nel 2023 aprì un gruppo WhatsApp con appena cinque ragazze. Da quel piccolo nucleo nacque la Behdukht Online Academy.

Oggi la scuola conta oltre duecento studentesse provenienti da diverse province afghane. Segue il programma scolastico in vigore prima del ritorno dei talebani, integrato con materie come informatica e competenze digitali. Tutti gli insegnanti sono volontari e le lezioni sono gratuite.

La sicurezza resta però la priorità assoluta. Ogni studentessa viene segnalata da una persona di fiducia, sottoposta a verifica e solo allora ammessa ai corsi. Per ridurre i rischi di infiltrazioni o rappresaglie, le ragazze non conoscono nemmeno i nomi delle altre studentesse.

Molte vivono in villaggi dove acquistare un tablet o pagare una connessione internet rappresenta un sacrificio enorme. Eppure continuano a studiare. Quattro di loro sono già state ammesse a università online.

Fatema vive negli Stati Uniti. A causa del fuso orario si sveglia spesso alle tre del mattino. Dice che non le dispiace, perché quell’ora le ricorda quando da bambina si alzava all’alba per leggere in una casa silenziosa. I suoi libri sono rimasti in Afghanistan. A volte si chiede se sulle pagine siano ancora visibili le macchie d’olio lasciate dalle dita mentre aiutava la madre in cucina.

«La Behdukht Academy è soltanto un piccolo passo», conclude. «Ma credo che ogni cambiamento importante cominci sempre da piccoli passi». Ecco perché continuo a raccontare la geopolitica dei popoli: attraverso le storie di persone straordinarie come Fatema Uzgun Nusrat — e per fortuna sono tante — possiamo vedere oltre la cortina di fumo dei regimi e l’immobilismo delle nostre democrazie.

 

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