Da Romeo e Giulietta di William Shakespeare in avanti, la letteratura, il cinema e talvolta la cronaca, ci hanno raccontato come l’amore e la passione dirompente, siano più forti della politica che divide e delle guerre che insanguinano. Ahmet Altan, si cimenta con questa storia che ha per sfondo il genocidio degli armeni del 1915 e chiude la sua tetralogia del Quartetto Ottomano con questo Ti cerco, amata pubblicato dalle Edizioni E/O. Un libro assai coraggioso, soprattutto ai tempi della Turchia di Erdogan, la cui repressione lo scrittore ha già provato sulla sua pelle. Ahmet Altan, uno degli autori più noti e popolari della Turchia, è stato infatti liberato recentemente dopo essere stato incarcerato nel suo Paese dal 2016 per reati di opinione. Per la sua attività di oppositore e critico del potere era stato in un primo momento condannato all’ergastolo. Ha ricevuto nel 2021 il più importante riconoscimento letterario francese per la narrativa straniera, il Prix Femina étranger, dopo aver vinto il Prix Transfuge per il miglior romanzo europeo. Con le Edizioni E/O ha pubblicato i romanzi Scrittore e assassino, Signora Vita e I dadi, la raccolta delle sue memorie difensive dal titolo Tre manifesti per la libertà, oltre ai primi tre volumi del Quartetto ottomano: Come la ferita di una spada, Amore nei giorni della rivolta, La lettera e il pianoforte. Turchia, 1915, il regime militare ha ordinato rastrellamenti, confische ed esili: l’inizio del tragico genocidio degli armeni che conterà oltre un milione e mezzo di vittime. Efronya, capo infermiera dell’ospedale di Istanbul, è armena e ha una relazione con l’ufficiale dell’esercito turco Ragip Bey. Quando viene deportata, Ragip parte per cercarla in un viaggio dalle conseguenze imprevedibili e, pur essendo fedele all’impero, non fa che interrogarsi sul silenzio della società di fronte a ciò che vede. Ti cerco, amata si basa su eventi reali, vissuti da un’infermiera armena durante l’esilio. Ahmet Altan, con il coraggio di un turco che racconta il genocidio degli armeni, dipinge un affresco di Istanbul di quell’epoca, esplorando le azioni del potere politico, il silenzio che si fa complice della società e l’oppressione del regime. Oggi come allora. Fabio Poletti

Ahmet Altan
Ti cerco, amata
Traduzione dal turco di Nicola Verderame 2026 Edizioni E/O
pagine 384 euro 21

Per gentile concessione dell’autore Ahmet Altan e delle Edizioni E/O pubblichiamo un estratto dal libro Ti cerco, amata

A quel punto, Efronya cercò ancora una volta di spiegare il suo problema al poliziotto: «Mi hanno portata qui per errore, il mio nome non è sulla lista degli esiliati». L’agente che stava bevendo rakı la ascoltò senza interrompere, poi rispose: «Allora non ti preoccupare, alla stazione di Eskişehir spiega la tua situazione all’addetto, e loro ti rimandano indietro sul primo treno». «Se il tuo nome non è sulla lista, perché mai dovrebbero trattenerti?» confermò uno dei giornalisti. «Ritornerai col primo treno». “Ci manca solo il viaggio di ritorno, stanca come sono” pensò Efronya, “tanta fatica senza motivo. Comunque… Quel che è fatto è fatto”. Alla stazione di Eskişehir la folla scese alla rinfusa, in quel caos ognuno cercava un conoscente, risuonavano grida e nomi armeni. Ad attenderli c’erano alcuni uomini, uno dei quali salì su una grossa pietra un po’ a lato e urlò: «Silenzio! Fate silenzio! Basta parlare, mettetevi in fila». La folla ubbidì svogliatamente. «Camminate verso il retro della stazione» aggiunse. Efronya era di nuovo rimasta in fondo, e aspettò di poter spiegare all’uomo che urlava che c’era stato un errore. Mentre la folla si diradava gli si avvicinò e disse: «C’è un errore…». «Che stai dicendo, donna?». «Sono qui per un errore…». «Cammina! Segui la fila. Non posso dar retta pure a te, mi dici dopo». «Sono qui per un errore…». «Cammina, ho detto. Ci senti o no?». Efronya ripeté, ostinata: «C’è un errore…». L’uomo la strattonò per un braccio. «Ho detto cammina! Non allontanarti dagli altri». Lei comprese che non aveva altra scelta e si mise a seguire la folla, sempre in fondo a tutti, verso il retro della stazione. Il sole di mezzogiorno picchiava, le pareva di camminare in una specie di vapore anziché nell’aria, persino respirare era difficile, sembrava che ovunque mettesse i piedi spuntassero lingue di fuoco, infine sbucò in una piazza ampia e polverosa. Sotto il sole cocente, migliaia di persone si erano stese su stracci, stuoie o vecchi tappeti, e cercavano di ripararsi dai raggi tendendo delle coperte, dei teli di cotone o qualunque pezzo di stoffa riuscissero a rimediare. Le mosche ronzavano sulla folla come un lenzuolo nero. I bambini scorrazzavano a piedi nudi, i venditori ambulanti si aggiravano urlando. Sembrava una fiera, una fiera macabra. Le facevano male le gambe, aveva i piedi gonfi, si sentiva le scarpe strette, camminò in mezzo a quella fiera senza sapere cosa fare. La folla era composta per lo più da donne, avevano acceso dei fuochi e in quel caldo asfissiante cercavano di cucinare qualcosa. Ovunque c’era fumo e puzza di sporco, polvere, legna bruciata e cipolle arrostite. Efronya sentì di non essere più in grado di proseguire e, quando stava per sedersi a terra, una donna avanti negli anni, da sotto un pezzo di stoffa teso tra due bastoni, la guardò, si accorse che era stremata e disse: «Vieni, vieni a sederti all’ombra». Non aveva la forza di rifiutare, crollò sulle ginocchia e si avvicinò alla donna, prendendo posto sulla stuoia di paglia grezza. «Togliti le scarpe» consigliò la donna, «con questo caldo, quelle scarpe che hai ti uccidono». Efronya lo fece, e provò un senso di sollievo molto simile alla felicità; tirò a sé le ginocchia e si massaggiò i piedi. «A Ragıp piacevano molto i miei piedi» aveva raccontato a Osman, «diceva che erano come uccellini, “Se avessero le ali spiccherebbero il volo” ripeteva sempre». «Davvero diceva così? Francamente, non riesco a immaginarmelo» aveva risposto Osman, stupito come se quella fosse la cosa più assurda che avesse mai ascoltato. Efronya era scoppiata a ridere; tra tutte le anime, nessuna sapeva ridere come lei. «Ah, quanto sei tonto» aveva replicato, «come fai a sapere cosa dice in camera da letto un uomo che non hai mai visto in quella situazione? Nessun uomo può conoscere gli altri uomini, le facce che mostrano l’uno all’altro sono una cosa, in quei momenti…». Le venne di nuovo da ridere, «…in quei momenti, hanno tutt’altra faccia. Chissà cosa avrebbe detto se avesse visto i miei piedi quel giorno, parevano dei polli belli gonfi».
Giusto accanto a quella che l’anziana donna aveva chiamato “la nostra tenda”, una giovane aveva acceso un fuoco ed era intenta a cuocere qualcosa che spandeva un buon profumo. «Tra un attimo la zuppa di tarhana* sarà pronta, prendine subito una scodella». Fece un cenno alla giovane, che riempì una scodella di rame e la porse a Efronya con un cucchiaio di legno. «Da dove vieni?». «Da Istanbul». «Non ho mai visto una donna di Istanbul». «Voi di dove siete?». «Veniamo da un paese vicino a Adapazarı, la maggior parte di quelle che sono qui vengono dai villaggi attorno a İzmit, Adapazarı e Bahçecik. Ci hanno prese e portate tutte qua, e ora aspettiamo». «Perché vi hanno prese?» domandò Efronya, continuando a mangiare. La donna guardò Efronya quasi compatendo la sua stupidità. «Per lo stesso motivo per cui hanno preso te. Perché siamo armene. Non abbiamo altra colpa. Che colpa sarà mai, poi…». «Qui si vedono solo donne. Dove sono gli uomini?». «La maggior parte è in guerra. E quelli che non sono al fronte sono stati quasi tutti presi e portati da qualche parte, ma non so dove. I miei sono morti già da anni». Poi, indicando la giovane, aggiunse: «E il suo è a Çanakkale. Non sappiamo se è vivo o morto». La donna raccontava tutto ciò come se parlasse di qualcun altro, mentre cercava di scacciare le mosche che di tanto in tanto le si posavano sul viso. Finendo di mangiare la sua zuppa Efronya vide in un angolo della tenda, sulla stuoia, un mucchietto di stracci che si muoveva.

Titolo originale O Yıl
© 2025, Everest Yayınları
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