Chi salva un uomo salva il mondo intero. Ci sono mille modi per salvare. Quello materiale, di chi salva veramente, e quello morale. I pugni alzati e guantati di nero contro il razzismo di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico 1980 sono stati un formidabile esempio di rettitudine e sicuramente hanno contribuito a rendere l’idea di un mondo migliore. Questa e tante altre vicende sono contenute nel libro Storie dei Giusti dello Sport, pubblicato a cura di Gino Cervi, dalla casa editrice Mimesis nella Collana della Fondazione Gariwo. Nei Giardini dei Giusti per ogni Giusto viene piantato un albero per ricordare le storie di donne e uomini che hanno coraggiosamente salvato le vite degli altri, spesso sacrificando la propria. Nello sport ci sono stati molti esempi di coraggio e generosità, di lealtà, senso di sacrificio e altruismo. Perché anche nello sport, come nella vita di tutti i giorni, è possibile reagire alla prepotenza e al razzismo. Questo libro racconta storie di atlete e atleti dagli Anni Trenta del secolo scorso fino ai giorni nostri che hanno infranto il luogo comune secondo cui lo sport debba essere un mondo che basta a se stesso e chi lo pratica debba restare indifferente a tutto quello che lo circonda. Da Matthias Sindelar a Bruno Neri, da Gino Bartali a Peter Norman, Arthur Ashe a Billie Jean King, da Sócrates a Colin Kaepernick, dal La Plata Rugby Club al FC St. Pauli, fino alle atlete afghane in fuga dal regime dei talebani, trentatré storie di chi, attraverso lo sport, ha detto no all’ingiustizia e alla violenza. Il libro è un’opera collettiva. Giulia Arturi è stata cestista della Nazionale di basket, Giovanni A. Cerutti è uno storico e saggista, Gino Cervi è giornalista e scrittore autore di molti libri sullo sport, Francesco M. Cataluccio è scrittore e responsabile editoriale della Fondazione Gariwo, Joshua Evangelista è giornalista e responsabile della comunicazione della Fondazione Gariwo, Gianni Mura è stato uno storico inviato de La Repubblica, il giornalista Fabio Poletti collabora con questo sito e con la Fondazione Gariwo, Alberto Toscano, giornalista, saggista, politologo è l’attuale presidente del Club de la presse européenne di Parigi. A loro si deve il racconto di sportivi a volte colpevolmente dimenticati, come Bruno Neri il calciatore che fece la Resistenza, Albert Richter il ciclista che si schierò contro il razzismo o Matthias Sindeler che venne ucciso dai nazisti per essersi opposto all’invasione dell’Austria. Nel libro ci sono pure le storie del calciatore dell’Inter Árpád Weisz che finì ad Auschwitz perché ebreo come Ernest Erbstein, un altro calciatore discriminato in Italia, rinchiuso in un campo in Ungheria e morto poi nella tragedia di Superga quando era allenatore del Torino. Altri frammenti di storia perduta nel racconto di Gianni Mura su Peter Norman, l’australiano medaglia d’argento nei 200 metri di atletica del 1968 in Messico, cancellato da ogni competizione per essersi schierato sul podio a fianco di Tommie Smith e John Carlos che alzarono i pugni guantati di nero contro ogni pregiudizio e discriminazione. Immagine iconica non a caso finita sulla copertina del libro. O le storie del maratoneta cecoslovacco Emil Zapotek e sua moglie Dana Zapotkova che si schierarono con Dubček contro i carri armati a Praga o di Khalida Popal, calciatrice della nazionale afghana, che nel 2021 è scappata dai talebani in Occidente, portando con sé tutte le altri giocatrici con le loro famiglie e che ora sta trattando con la FIFA per ottenere il riconoscimento di squadra afghana in esilio. Redazione

Giulia Arturi Oscar Buonamano Paolo Camedda Francesco M. Cataluccio
Giovanni A. Cerutti Gino Cervi Giacomo Corbellini Joshua Evangelista
Riccardo Michelucci Gianni Mura Fabio Poletti Bianca Senatore Alberto Toscano
Storie dei Giusti dello sport
a cura di Gino Cervi
premessa di Gabriele Nissim
2025 Mimesis
pagine 448 euro 22

Per gentile concessione degli autori e dell’editore Mimesis pubblichiamo un estratto dal libro Storie dei Giusti dello Sport

Gino Cervi
LA PARITÀ DI GENERE È UNA CORSA A OSTACOLI Storia di Nawal El Moutawakel

(…) Ha poco più di sedici anni Nawal quando comincia a distinguersi nelle prime gare nazionali, vincendo a mani basse. Nel 1981 partecipa ai Campionati arabi a Tunisi e conquista la medaglia d’oro sia nei 100 che nei 200 metri piani. L’anno seguente Coquand ha un’intuizione: insegnare a Nawal a correre tra gli ostacoli, quelli alti dei 100 metri (0,84 metri) e quelli bassi dei 400 metri (0,76 metri). Non è un obiettivo da poco perché richiede l’acquisizione di una tecnica specifica. Nawal, oltretutto, non è per nulla facilitata dalla sua bassa statura, ma la ragazza mette in campo tutta la sua ferrea determinazione e si applica tenacemente.
La scelta è strategica: per la prima volta alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 verrà introdotta la gara femminile dei 400 metri a ostacoli, una specialità fino a quel momento esclusiva dell’atletica maschile. I primi risultati si vedono già ai Campionati africani che si tengono al Cairo, nel 1982, dove Nawal vince l’oro nei 100 e nei 400 metri, oltre all’argento nei 100 metri pia- ni. I progressi si concretizzano l’estate seguente, ai Mondiali di Helsinki, quando giunge fino alle semifinali nei 400 metri, quando si qualifica per le semifinali facendo segnare il quinto miglior tempo tra le concorrenti. Corre infatti in 56′52, suo record personale, che le sarebbe bastato per entrare in finale. Il giorno successivo, forse per l’emozione dell’esordio su un palcoscenico internazionale, arriva solamente sesta in semifinale e viene eliminata.
Ma ai Mondiali di Helsinki Nawal fa anche l’incontro che le cambierà la vita. Viene infatti avvicinata da Pat Moynuhan, uno scout della squadra dell’Iowa State University, che le offre una borsa di studio per trasferirsi negli USA.
Nawal tentenna. Il trasferimento oltreoceano le sembra un salto troppo grande per lei. Ma è Mohamed, il padre, a convincerla.
E così parte. È il momento più duro nella vita di Nawal. Un mondo e una lingua sconosciuta, metodi di allenamento completamente diversi, ma soprattutto l’arrivo, di lì a poco, di una notizia che avrebbe potuto mettere la parola fine a quel sogno ancora a metà dall’essere realizzato. Solamente una settimana dopo la partenza per gli Stati Uniti, a Casablanca suo padre muore in un incidente automobilistico. La famiglia le nasconde l’accaduto per un po’, per non turbare Nawal alle prese con le difficoltà di quella sua nuova vita. Poi però un fratello la raggiunge per darle la notizia di persona.
Nawal è disperata e non sa cosa fare: tornare in Marocco per stringersi nel dolore e nell’affetto dei familiari o andare avanti a perseguire quel progetto di vita a cui l’aveva avviata Mohamed, anni prima, quando la portava a correre sulla spiaggia atlantica di Casablanca.
Nawal alla fine decide di restare, forse pensando che è quello che avrebbe voluto facesse suo padre. Tornerà a casa per un’occasione particolare, ovvero per partecipare ai Giochi del Mediterraneo che si svolgono proprio a Casablanca: Nawal onora come meglio non potrebbe la memoria di suo padre, ottenendo la medaglia d’oro nel giro di pista degli ostacoli bassi. È una gran festa per tutta la famiglia El Moutawakel, che li risarcisce in parte della dolorosa perdita di Mohamed. Ma la loro felicità è guardata con qualche sospetto: anche tra i loro amici c’è chi pensa che per una giovane donna correre a gambe nude di fronte a tanta gente che guarda sia sconveniente.
Nawal ritorna negli Stati Uniti per completare il suo percorso di preparazione invernale per la stagione successiva, quando il dolore e i sacrifici di quei mesi troveranno il loro compimento.
Nell’estate del 1984 le Olimpiadi si svolgono a Los Angeles e Nawal El Moutawakel è l’unica donna della rappresentativa del Marocco: non solo non ci sono colleghe atlete, ma neppure nessuna donna fa parte dello staff della Nazionale come accompagnatrice, dirigente sportiva, alle- natrice e tantomeno giornalista. Come aveva previsto il suo primo allenatore francese Coquand, quando pensò che il futuro di Nawal avrebbe fatto bene a orientarsi sulla velocità a ostacoli, in quell’edizione californiana dei Giochi si sarebbe aperta un’opportunità forse irripetibile di successo. Delle otto finaliste che avevano preso parte alla finale del Mondiale di Helsinki, cinque atlete – due sovietiche e tre della Germania dell’Est – non avrebbero potuto contendersi il titolo olimpico per via del boicottaggio dei Paesi del blocco comunista ai Giochi organizzati dagli USA, una sorta di ritorsione per quello che, quattro anni prima, in occasione delle Olimpiadi di Mosca, era accaduto a parti invertite. Prestazione stagionale alla mano, il lotto delle rivali più agguerrite per Nawal si riduceva quindi alla statunitense Judi Brown, alla svedese Ann-Louise Skoglund e alla rumena Cristieana Cojocaru – la Romania era infatti l’unico Paese comunista a non aver aderito al boicottaggio dei paesi del Patto di Varsavia. La notte prima Nawal fece un sogno. Sognò Mohamed, suo padre, che l’aveva difesa e protetta dagli insulti dei fanatici islamici che la additavano come scandalo per quel suo correre a gambe nude.
E il giorno dopo, l’8 agosto, una caldissima giornata, nel grande catino stracolmo di gente del Memorial Coliseum, Nawal scende in pista in terza corsia. Terzo è anche il suo tempo di qualificazione, alle spalle della Skoglund e della Cojocaru, anche se la favorita è l’atleta di casa, la Brown, che si è risparmiata in semifinale. Nawal allo sparo dello starter parte a tutta, pensando solamente che è arrivato il momento di mostrare a tutti il suo talento. Già alla prima curva ha recuperato il gap rispetto alle avversarie delle corsie più esterne. A metà gara fa segnare un tempo inferiore ai 26′ e all’uscita della seconda curva è ancora ampiamente in testa. Mentre tutti si attendono la probabile flessione, incredibilmente Nawal accelera ancora e sul rettilineo finale, quando si accorge di non vedere nessuno alla sua destra e alla sua sinistra, si permette di allargare le braccia. Una gara perfetta, condotta in testa dalla prima curva fino al filo di lana. Un tempo, 54′61, di un secondo inferiore a quello fatto segnare in semifinale, che è il nuovo record olimpico. Nawal ha vinto i 400 m ostacoli alla loro prima apparizione nel programma olimpico. (…)

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