Trenta milioni di schiavi. Un’intera economia basata sulla deportazione forzata di milioni di africani privati di tutto, a partire dalla libertà. Le radici degli Stati Uniti sono affondate in un sistema durato secoli, dal 1619 quando arrivò in Virginia il primo carico di venti uomini dall’Africa, fino al 1798 quando la Georgia ultimo stato Usa decretò l’abolizione della schiavitù. Di questa lunga storia di violenze e sopraffazione si occupa Enrico Dal Lago in questo Storia della schiavitù americana pubblicato da Carocci Editore. Enrico Dal Lago, professore ordinario di Storia degli Stati Uniti alla University of Galway in Irlanda, è autore di diversi libri sulla schiavitù. Lo schiavismo interessò principalmente le zone del Sud degli Usa in cui vi erano terreni fertili adatti per vaste piantagioni di tabacco, cotone, zucchero e caffè. Gli schiavi si occupavano dei lavori manuali: arare e raccogliere i prodotti della terra. L’efficienza del lavoro era supervisionata da sorveglianti, che si assicuravano, anche con mezzi violenti, che gli schiavi lavorassero il più possibile. Tra il 1790 e il 1860, l’agricoltura di piantagione conobbe un periodo di grande espansione nel Sud, ma la giustificazione ideologica del paternalismo dei piantatori incontrò l’accanita opposizione degli schiavi. Inoltre, in reazione ai movimenti antischiavisti del Nord, crebbe anche il nazionalismo sudista, che portò alla Guerra civile e infine all’emancipazione e alla completa abolizione della schiavitù negli Stati Uniti. Fabio Poletti

Enrico Dal Lago
Storia della schiavitù americana
Dalla fondazione delle colonie alla Guerra civile
2025 Carocci Editore
pagine 232 euro 20,90
Per gentile concessione dell’autore Enrico Dal Lago e di Carocci Editore pubblichiamo un estratto dal libro Storia della schiavitù americana
La nascita nel Nord degli Stati Uniti di un movimento abolizionista radicale funzionò, quindi, da catalizzatore di tutte le migliori energie intellettuali del Sud a difesa del sistema schiavista. La classe dei piantatori, minacciata dalle agitazioni per l’abolizione immediata della schiavitù in un momento in cui doveva già fronteggiare le crisi ricorrenti della produzione di cotone – nonostante controllasse il Senato, la presidenza e spesso anche la Corte suprema – si trovava in una posizione di minoranza per numero di deputati nel Congresso e volse le sue energie alla proposizione di argomentazioni a difesa del sistema schiavista. Tramite tali argomentazioni, i piantatori e gli intellettuali del Sud riuscirono a creare una tradizione pubblicistica particolarmente creativa, che produsse dei veri capolavori di retorica dalla logica stringente, affrontando in modo coerente e sistematico la questione fondamentale del rapporto tra schiavitù e modernità. Uno dei più famosi esempi è un discorso – Cotton Is King! – che il piantatore e uomo pubblico della Carolina del Sud James Henry Hammond tenne al Senato nel 1858. In quell’occasione, Hammond difese la validità del sistema schiavista tramite argomenti che non solo riuscirono a giustificarne la necessità, ma lo fecero apparire sostanzialmente non diverso da altri sistemi sociali accettati. Con un’espressione diventata poi proverbiale, Hammond disse che ogni società aveva i suoi “strati di fango” (mudsills), che sostenevano e garantivano l’esistenza delle élite. In modo non diverso da quanto avveniva in altre società, quindi, anche nel Sud gli “strati di fango”, in questo caso gli schiavi, garantivano con il loro lavoro l’esistenza di un gruppo ristretto di privilegiati, i piantatori. Disparità tra classi privilegiate e classi inferiori esistevano in tutte le società; il sistema schiavista, caratterizzato dalla presenza di un’élite che viveva dello sfruttamento di individui a essa soggetto, era equiparabile ai sistemi sociali di altre regioni del mondo nelle quali altre élite si comportavano nello stesso modo. La logica con cui James Henry Hammond era riuscito a far apparire il sistema schiavista non diverso da altri sistemi economico-sociali rese il suo ragionamento popolare tra i piantatori e gli intellettuali del Sud impegnati nella creazione del proslavery argument. Il virginiano George Fitzhugh, qualche anno dopo, sviluppò e affinò le argomentazioni di Hammond in difesa della schiavitù. Discendente di una delle più antiche famiglie di piantatori della Virginia, Fitzhugh intraprese la carriera di avvocato, collaborando, al contempo, a diverse riviste e a periodici di un certo livello, tra i quali il “Richmond Enquirer” e la “De Bow’s Review”. Nonostante l’importanza dei suoi articoli e saggi sulla mentalità della classe dominante, la sua fama è legata principalmente alla pubblicazione di due libri che egli scrisse e pubblicò, a distanza di tre anni l’uno dall’altro, negli anni Cinquanta dell’Ottocento. Nel 1854, Fitzhugh pubblicò un’analisi comparata tra la società del Sud e quella del Nord degli Stati Uniti, intitolata Sociology for the South, or The Failure of Free Society. In essa, egli sostenne la superiorità del sistema agricolo schiavista sul sistema industriale basato sul lavoro libero. Nel 1857, approfondì lo stesso tema con la pubblicazione della sua opera più famosa intitolata Cannibals All!, or Slaves without Masters, un trattato nel quale mise a confronto i benefici che, secondo lui, la schiavitù portava agli afroamericani con i problemi che il capitalismo creava ai lavoratori industriali. L’idea centrale era che la schiavitù poteva essere definita fondamentalmente “un’istituzione benigna e protettiva”. Da essa gli afroamericani traevano grandi vantaggi, perché il loro trattamento da parte dei piantatori era di gran lunga superiore al trattamento che i lavoratori bianchi di condizione libera ricevevano dagli imprenditori nelle fabbriche delle città. Secondo Fitzhugh, gli imprenditori capitalisti delle fabbriche potevano far lavorare i loro operai e ridurli alla fame per au- mentare il profitto. I padroni di schiavi, invece, dovevano fare particolare attenzione a nutrire in modo adeguato la loro forza lavoro e dare a essa un luogo dove abitare. Così facendo, essi la liberavano dai problemi legati a quella che Fitzhugh chiamava, con notevole efficacia retorica, la “maledizione della libertà”. Per Fitzhugh, dunque, la modernità capitalista delle fabbriche che lasciavano morire di fame gli operai era una modernità distorta; molto meglio era il sistema agricolo schiavista, meno moderno, ma molto più umano, che si prendeva cura della forza lavoro, anche se negava a essa la libertà.
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