L’invenzione della ruota avrebbe facilitato tutto. Migrare sarebbe diventato più facile. Dando vita a un fenomeno, naturale come il sorgere del sole: perché muoversi e cambiare dimora, terra, patria è una prerogativa umana, che le circostanze storiche non possono sopprimere. Di migrazioni dall’antichità ai giorni nostri, è ricco questo saggio di Massimo Livi Bacci, Per terre e per mari, pubblicato da Il Mulino. L’autore, professore emerito dell’Università di Firenze e Accademico dei Lincei, non è nuovo a studi sulle migrazioni. Tre anni fa sempre per Il Mulino è uscita la riedizione di Breve storia delle migrazioni. In questo libro invece, Massimo Livio Bacci, racconta di quindici migrazioni dall’antichità ai giorni nostri. Sono migrazioni volontarie, se si possono chiamre così quelle dettate dalle condizioni sociali, di chi cerca nuove terre, migliori condizioni di vita, risorse ecnomiche certe e un futuro sicuro per sé e per i propri figli. Oppure cercitive, come gli africani ridotti in schiavitù, che per quasi quattro secoli hanno attraversato l’Atlantico in catene per finire a spezzarsi la schiena nelle piantagioni di cotone o di tabacco nel Sud degli Stati Uniti. Grande spazio nel libro hanno le migrazioni coatte all’interno dell’Unione Sovietica durante la II Guerra Mondiale, quando Stalin cercava di popolare le zone più impervie del Paese. O la migrazione di massa tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, quando i transatlantici trasportavano dall’Europa agli Stati Uniti una moltitudine di persone in fuga dalla fame e dalle carestie. Altrettanto importanti le migrazioni raccontate in questo libro, dovute a cause naturali, come il terremoto che ha devastato Haiti nel 2010, o agli inizi del secolo scorso la fuga dalle terre degli irlandesi dopo il flagello della peronospora, il parassita che per cinque anni distrusse le coltivazioni di patate, alla base dell’alimentazione del Paese. Che si scappi da una siccità, da una guerra o dalla fame, nessuno e nessuna legge potrà mai fermare l’umanità in perenne movimento. Fabio PolettiMassimo Livi BacciPer terre e per mariQuindici migrazioni dall’antichità ai nostri giorni2022 Il Mulinopagine 216 euro 18 ebook euro 12,99

Per gentile concessione dell’autore Massimo Livi Bacci e dell’editore Il Mulino pubblichiamo un estratto dal libro Per terre e per mari.Durante il periodo francese, un’indagine del 1809-1812 fornisce una geografia molto interessante dei movimenti stagionali interni nel regno d’Italia (escluso quindi il regno di Napoli). C’erano flussi stagionali di boscaioli, legnaioli, carbonai, provenienti dall’arco appenninico e diretti nella fascia costiera maremmana, fin quasi a Roma, o in Corsica, o in Piemonte verso la Francia. Altri flussi erano legati al settore delle costruzioni, muratori, spaccapietre, scalpellini, con una geografia simile a quella dei lavoratori del legno. Nelle risaie del Vercellese e della Lomellina arrivavano fino a 20.000 stagionali, unico settore con un’alta presenza di donne; ancora 40.000 arrivavano nella Maremma e nell’agro romano per le mietiture. Dalle valli alpine partivano altri flussi verso le regioni del versante sud e del versante nord, e i pastori negli itinerari della transumanza, dagli Abruzzi verso la Maremma o il Tavoliere pugliese, arricchivano il quadro generale della mobilità. «Nelle regioni di transumanza e con colture estensive dell’Italia del Centro e del Sud (Maremma toscana, Abruzzi, Puglie…) […] le migrazioni stagionali agricole sono predominanti […]. Queste si effettuano su distanze medie di 100-200 chilometri, e anche più. La durata del soggiorno è variabile secondo il tipo dei lavori e può andare da 1-2 mesi fino a 6 mesi l’anno».Ogni regione d’Europa aveva le sue caratteristiche forme di mobilità di breve durata, dettate dalle particolarità climatiche, geografiche ed economiche. In Italia, come in Spagna, in Francia e in altre regioni europee, la transumanza riguardava milioni di ovini, accompagnati da decine di migliaia di pastori, su lunghe e regolari percorrenze in ben determinati periodi dell’anno. Una mobilità funzionale al commercio della lana e alla manifattura dei tessuti, e che in Spagna era coordinata dal potentissimo Consiglio della Mesta.A partire dal Settecento l’accelerazione della crescita della popolazione creò situazioni di squilibrio tra popolazione, territorio e risorse, un impoverimento di vasti strati delle comunità rurali e nuove spinte alle migrazioni temporanee e definitive. Così dalla Francia si muovono numerosi flussi stagionali verso la Spagna; nella stagione dei raccolti, dalla Scozia e dall’Irlanda gli stagionali affluiscono numerosi in altre parti della Gran Bretagna11; in Scandinavia molte migliaia erano gli stagionali che ogni anno affluivano sulla costa settentrionale della Norvegia per le attività legate alla pesca.Una libera mobilità non riguardava solo la migrazione stagionale agricola, o quella legata ad alcuni mestieri e professioni particolari in risposta a una diffusa ma minuta domanda. Nel XVII e nel XVIII secolo emergono, in Europa, veri e propri mercati del lavoro che attraevano non solo immigrazione permanente, ma anche manodopera per periodi di varia lunghezza, intorno a importanti poli di sviluppo non più, o non solo, dettati dal ritmo delle stagioni. Un esempio ben conosciuto è il mercato del lavoro del mare del Nord, attorno alla regione più avanzata d’Europa, le Sette Province Unite (gli attuali Paesi Bassi), ed esteso a tutta la fascia costiera, dal Pas- de-Calais fino a Brema, in Germania. Una regione facilmente raggiungibile e percorribile, per la facilità delle vie di comunicazione, marine e fluviali, e per la fitta rete di canali, e con un’economia avanzata. Un’agricoltura intensiva, industrie manifatturiere e delle costruzioni, cantieri e attività marittime, trasporti e commercio: ogni anno attraevano qualche decina di migliaia di lavoratori. In Germania è stato osservato che una porzione ragguardevole della popolazione della regione compresa tra il confine con l’Olanda e le città di Münster, Hannover e Amburgo «passava ogni estate in Olanda tagliando il foraggio, scavando torba per combustibile, pescando aringhe o fabbricando mattoni». Un fenomeno che si accentuò nel XVIII secolo: «nel frattempo, poveri contadini della valle della Ruhr solevano andare nelle miniere di carbone nell’inverno, ma tornavano ai loro campi durante l’estate», mentre nelle città erano numerosi i lavoratori stagionali o temporanei, come i carrettieri o i muratori. All’inizio dell’Ottocento, mercati del lavoro assai sviluppati, che attraevano qualche decina di migliaia di lavoratori ogni anno, si erano formati in Inghilterra, nella regione a est tra Londra e lo Humber, e nella regione di Parigi, oltre a quelli prevalentemente agricoli di Provenza, Linguadoca e Catalogna, e nelle penisole italiana e iberica, come già ricordato. Questi movimenti stagionali o di breve durata avevano un’intensità e diffusione molto minore nell’Europa centro-orientale, forse per la natura feudale della distribuzione della terra e per lo stato servile in cui era tenuta la manodopera rurale, che ne impediva il libero movimento.È stato scritto che «ogni primavera, le strade dell’Europa si animavano man mano che i contadini scendevano dai loro villaggi, si mescolavano con gruppi provenienti da altri villaggi, per cercare lavoro in luoghi distanti, e le strade si animavano di nuovo nel tardo autunno quando i lavoratori iniziavano il loro cammino di ritorno verso casa».© 2022 by Società editrice il Mulino, Bologna

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