A Ovest c’erano le Colonne d’Ercole, il confine del mondo conosciuto. Ma il Mediterraneo, Mare nostrum, è un mondo a sé, in cui si sono combattute guerre, dove i migranti affidano alle onde le proprie speranze, luogo di memorie intime e familiari. Mediterraneo, centesimo titolo della collana Passaggi di Dogana di Giulio Perrone Editore, è un volume a più voci che ci racconta cosa c’è sulle rive, a filo d’acqua e nella profondità degli abissi di questo mare grande come un oceano. Il Mediterraneo come orizzonte e terreno di una geopoetica in eterna trasformazione, geografia intima e fattuale, simbolo dell’immaginario collettivo, confine, attraversamento, miraggio. Dalla introduzione dell’editore Giulio Perrone, riportiamo la sintesi degli autori e del senso dei loro scritti, una bussola per orientarci in un affascinante mare di parole: «Per Errico Buonanno il Mediterraneo è innanzitutto il luogo della memoria: il “posto di mare” dell’infanzia, con le sue case chiuse per nove mesi, le comitive estive, le estati che sembrano eterne mentre gli esseri umani cambiano e scompaiono. Domenico Dara scende invece nelle profondità arcaiche dello Stretto, dove il Mediterraneo torna a essere mito, leggenda, superstizione, amore e morte insieme: un mare abitato da pescatori che sembrano eroi omerici e da creature emerse dal cuore ancestrale del Sud. Con Anna Giurickovic Dato il Mediterraneo si trasforma in una geografia sentimentale fatta di traghetti, dolci condivisi, parole greche e turche che si assomigliano, famiglie in viaggio e infanzie nomadi. Paolo Di Paolo attraversa invece le coste dell’ex Jugoslavia inseguendo le tracce della memoria, della guerra e dell’oblio: il Mediterraneo diventa allora un archivio sommerso di lingue dimenticate, amicizie perdute e ferite che il tempo non riesce davvero a cancellare. Nelle pagine di Maura Gancitano il mare torna a essere profondità, magma, stratificazione continua. La Sicilia emerge come un luogo in cui convivono Empedocle e Colapesce, le rotte tunisine, i pescherecci, le migrazioni contemporanee, i miti antichi e le disuguaglianze. Gabriella Genisi guarda invece il Mediterraneo come uno spazio di identità condivise e insieme inquiete, dove culture e popoli continuano a sfiorarsi senza mai coincidere del tutto. Un mare che unisce e ferisce, che accoglie e respinge, che custodisce nel proprio nome tanto la promessa della civiltà quanto quella del naufragio. Con Lorenzo Marone il Mediterraneo si fa improvvisamente intimo: una bacinella, un frammento d’acqua, una misura minima capace però di contenere il desiderio dell’infinito. Le pagine di Carmen Pellegrino sembrano invece muoversi nella dimensione dell’attesa: qui il Mediterraneo è il luogo delle assenze, delle creature marine che assumono contorni quasi spirituali, degli approdi che contengono sempre il rischio della sparizione e dei ritorni che assomigliano a miracoli. Con Rosella Postorino il mare torna a essere ferita contemporanea. Le sue acque non custodiscono soltanto il mito e la bellezza, ma anche le tragedie dei migranti, i corpi scomparsi, le rotte della disperazione. Il Mediterraneo smette allora di essere metafora e diventa responsabilità concreta, politica, umana. Antonio Spadaro attraversa lo Stretto come fosse un luogo filosofico prima ancora che geografico: uno spazio di passaggio continuo, tensione, desiderio e alte-rità, dove nessuna identità può restare immobile. E infine Dario Voltolini restituisce al Mediterraneo il suo mistero più essenziale: quello di un mare apparentemente vicino e familiare che continua invece a custodire qualcosa di insondabile e infinito. Così, pagina dopo pagina, questo volume costruisce un Mediterraneo fatto di memorie private e tragedie collettive, vacanze e naufragi, miti classici e cronache contemporanee, lingue che si intrecciano e identità che si trasformano. Un Mediterraneo che non appartiene mai a una sola terra o a una sola storia, ma vive soltanto nel continuo attraversamento delle sue rive». Fabio Poletti
Autori vari
Mediterraneo
Miti, orizzonti e visioni
Passaggi di dogana
2026 Giulio Perrone Editore
Rosella Postorino
Ogni volta che neghiamo il dolore degli altri ne siamo colpevoli
Quando ho letto la notizia dell’imbarcazione naufragata a poche centinaia di metri dalla riva di Steccato di Cutro mi è tornato in mente un altro naufragio: quello dei cin- quantadue profughi curdi davanti al paese di Torre Melissa, anch’esso nel crotonese. Nel gennaio del 2019 i calabresi furono svegliati di notte dalle urla, accorsero in spiaggia nel vento di tramontana e, formando una catena di solidarietà, riuscirono a salvare cinquantuno persone. Purtroppo sta-volta, quattro anni dopo, il miracolo non si è ripetuto. I cittadini che si sono buttati in mare all’alba dello scorso 26 febbraio hanno raccolto, sconvolti, soprattutto cadaveri. C’è un pescatore che da allora continua senza sosta a cercare i dispersi, perché l’ha promesso alle madri. Madri che sono sopravvissute ai figli – niente mi pare più feroce di questo evento – e che chiedono di riaverne indietro almeno i corpi, seppur senza vita. Il numero dei morti ammonta ormai a settantanove – trentatré sono minori. Un giovane siriano non si perdona la morte del fratello di sei anni. Come se fosse col- pa sua. Sarà segnato per sempre da una colpa che non ha: la violenza delle stragi è anche in questo ribaltamento, per il quale chi è vittima si colpevolizza e le responsabilità reali non vengono attribuite. Storie di genitori, di figli e di fratelli: dovremmo ricordarlo, quando usiamo la parola “migranti” come un’etichetta. Dovremmo ricordare che, dietro il fenomeno collettivo che occupa le pagine di cronaca e un giorno occuperà i libri di Storia, ci sono singole vicende umane. Persone che avevano affetti e desideri e paure, che hanno avuto compleanni e compiti in classe, litigi e rappacificazioni, coperte rimboccate e baci della buonanotte, un destino individuale, insomma, come noi. Dimenticandolo, sottraiamo loro umanità. Così è più facile operare una rimozione. Ventiseimila morti in dieci anni, ventiseimila vicende personali intrecciate ad altre vicende personali, un groviglio di relazioni, uguali alle nostre – a immaginarle tutte, sembra di impazzire. Basta rimuoverle. Deresponsabilizzarsi. Dire che sono loro, gli imprudenti, se mettono a rischio sé stessi e i figli. Se arricchiscono i trafficanti. Se non accettano la propria condizione e tentano invece di migliorarla, come faremmo noi. Sono imprudenti, al pari delle ragazze iraniane che l’8 marzo hanno ballato a capo scoperto per strada, per esempio, o delle ragazze afghane che si riuniscono in scuole clandestine per studiare, sebbene i talebani glielo abbiano proibito. Sono imprudenti come tutti gli esseri umani, convinti di aver diritto alla dignità semplicemente perché umani. Nel saggio La persona e il sacro Simone Weil scrisse che nessun uomo può dire a un altro “lei non mi interessa” senza commettere una crudeltà e ferire la giustizia. Ci interessano davvero queste persone? Nel 1939, dopo che in diversi Paesi dell’Europa erano state promulgate le leggi razziali, il transatlantico St. Louis salpò da Amburgo con centinaia di ebrei a bordo, in cerca di salvezza oltreoceano. Né Cuba né gli Stati Uniti né il Canada li fecero sbarcare. Non avevano il visto idoneo, il numero di rifugiati ammessi era già stato raggiunto, dovettero tornare indietro. Ci domandiamo come sia stata possibile la più grande tragedia del Novecento, e la risposta è semplice: deresponsabilizzazione, rimozione. Sottrazione di umanità. Davanti alle foto dei peluche affidati alle onde in memoria dei bambini morti in mare, ho pensato a quando Hitler rubò il coniglio rosa di Judith Kerr, all’infanzia viola- ta, tradita. Se non si garantiscono diritti a tutti gli esseri umani in quanto umani, ma esclusivamente a chi appartiene a una precisa comunità nazionale, si trasforma la dignità in un valore negoziabile anziché assoluto. E ci si macchia della “colpa metafisica” di cui parlava Karl Jaspers: rimanere inerti di fronte alle ingiustizie. La vita è degna solo se tutti possono vivere degnamente. Concentrarsi sugli scafisti – come se non fossero quasi sempre migranti obbligati a prendere il comando – o assicurare accordi con i Paesi di provenienza per evitare le partenze è demagogia. L’omaggio alle bare da parte del Governo non avrebbe resuscitato i naufraghi, per carità, ma noi siamo esseri culturali, ci aggrappiamo ai riti e ai simboli per tentare di dare ordine a ciò che or- dine non ha, l’esistenza sulla Terra. Nel rito il nostro senso di appartenenza, di condivisione di un medesimo valore, si rinsalda. È probabile che nel quotidiano nessuno di noi abbia portato il lutto per quei morti, ma dalle istituzioni ci si aspetta che, anche soltanto per rispetto formale, i toni restino pubblicamente più sobri. Ho scritto in un libro che “la colpa collettiva è informe, la vergogna è un sentimento individuale”. Ogni volta che ci esoneriamo dalle responsabilità, ogni volta che non vogliamo considerare le conseguenze ultime delle nostre azioni e decisioni, ogni volta che operiamo una rimozione, che accettiamo l’ingiustizia, siamo colpevoli. Purtroppo la colpa collettiva svapora – spesso, per paradosso, sono le vittime a vergognarsi. Non riconoscere il dolore altrui come simile al nostro, non provare a lenirlo, ne genera altro. D’altronde, “il dolore è la sola forza che si crei dal nulla”, scrisse Primo Levi. “Basta non vedere, non ascoltare, non fare”.
Sul naufragio del 26 febbraio 2023
Questo testo è uscito sul quotidiano La Stampa il 13 marzo 2023
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