L'UOMO CHE GRIDO' IO SONO

Se invece del 1967, questo libro fosse stato pubblicato di questi tempi, con i social che in tempo reale propalano notizie reali o fake come se fossero vere, l’effetto sarebbe stato quello di una bomba atomica. In un’epoca di complottismo dilagante chi dubiterebbe di un piano governativo negli USA per liquidare in senso letterale le minoranze in caso di disordini razziali. Di questo gigantesco e mostruoso pogrom ci parlava John A. Williams, in questo L’uomo che gridò io sono, pubblicato dalla casa editrice Elliot. Nato nel 1925 in Mississippi in una famiglia afroamericana della classe operaia, John A. Williams visse la sua infanzia a Syracuse, New York. Pubblicò più di venti libri di narrativa e saggistica tra cui The Angry Ones e Click Song con cui vinse l’American Book Award nel 1982. L’uomo che gridò io sono è considerato il suo capolavoro. È morto nel 2015 in New Jersey. Protagonista di L’uomo che gridò io sono è Max Reddick, un afroamericano dsincantato, romanziere, giornalista e scrittore di discorsi presidenziali. Malato terminale, Max Reddick torna in Europa per l’ultima volta per partecipare al funerale del suo amico Harry Ames. Ad Amsterdam, tra le carte di Harry scopre dei documenti segreti governativi dal contenuto esplosivo. Scopre così il piano King Alfred, un progetto di genocidio da attuare in caso di disordini razziali per sterminare le minoranze. Max ha vissuto da sempre nella paranoia che tutti fossero razzisti. Ma cosa accade nella vita di un uomo quando scopre che la sua paranoia è fondata? Con questa bomba a orologeria tra le mani, Max dovrà fare di tutto per consegnare questi documenti nelle mani dell’unico uomo che potrebbe aiutarlo. L’uomo che gridò io sono venne accolto come un capolavoro nel 1967; pochi romanzi hanno saputo offuscare in modo così audace i confini tra realtà e finzione – molti lettori credettero che il piano King Alfred fosse vero, anche a causa di un’audace strategia di marketing – denunciando le ipocrisie della società bianca americana ma anche del movimento dei diritti civili. Il tutto, al ritmo di un thriller internazionale, tra le cui pagine si possono incontrare impietose analisi dell’intellighenzia newyorchese del dopoguerra. Fabio Poletti

John A. Williams
L’uomo che gridò io sono
traduzione di Massimo Ferraris
2025 Elliot
pagine 516 euro 22

Per gentile concessione dell’editore Elliot pubblichiamo un estratto dal libro L’uomo che gridò io sono

La febbre nera. In quei giorni le strade di Harlem facevano vedere, senza suscitare l’ilarità, sempre più neri in abiti africani – kente, agbada, shama. Il pastore Q riempiva Harlem Square, ripetendo fino a inculcarle nelle menti degli ascoltatori le lezioni dimenticate degli imperi neri. Si recuperò il ricordo di Marcus Garvey. I giornali dei neri erano pieni di dichiarazioni di leader africani che avevano studiato in America. Ovunque i neri si sforzavano di ottenere la loro liberazione. Ogni giorno si vedevano uno, due, tre o quattro volti neri sui voli Pan American per l’Africa; ogni giorno due o tre neri si imbarcavano sulle navi delle linee Farrell dirette in Africa. Nel bel mezzo di questa febbre, quando ognuno si domandava dove sarebbe stata la prossima Little Rock, fu reso pubblico l’annuncio ufficiale dell’arrivo di Nkrumah, insieme alla nomina di Theodore Dallas nello staff del capo di protocollo degli Stati Uniti. Presumibilmente, pensò Max, per portare il suo aiuto con la tournée di Nkrumah. Logico anche questo.
Max sapeva che il dottor Nkrumah aveva studiato con Jaja Enzkwu alla Lincoln University. Di cosa avevano discusso tra loro, quegli africani, quando erano stati respinti dagli studenti neri americani? Ora, ecco che Nkrumah era là, fresco della sua visita a Ike, circondato da agenti dei servizi segreti e poliziotti di New York in guanti bianchi.
Tutti loro, pensò Max, osservando la massa di neri americani in completi primaverili e abiti stampati, gli effluvi dei loro profumi e delle loro acque di colonia a negare con determinazione l’affermazione dei bianchi secondo cui i neri puzzavano, tutti quei neri che fino a pochi anni prima si vergognavano dell’Africa, tifavano per Tarzan e insultavano gli indigeni dalle poltrone del cinema. Guardate un po’ adesso! Eccolo lì, l’uomo, in abiti indigeni, e la massa di abiti stampati e completi primaverili acclamava e applaudiva e Dallas stava a guardare, sorridendo. Alcuni ministri erano presenti e ricevevano la loro parte di applausi; tutti risplendevano nei loro kente di stoffa adinkira. A un certo punto, mentre Nkrumah parlava il suo inglese cadenzato da scuola missionaria, che ricordava a Max l’accento delle Indie occidentali (quando in realtà era l’indiano occidentale che suonava come l’africano), i ministri gli parvero sorprendentemente familiari; assomigliavano a ciò che Amleto doveva aver visto prima di pronunciare la sua battuta sull’insolenza delle cariche ufficiali. Assomigliavano anche ai ritratti familiari dei leader latini, d’America e d’Europa, appena saliti al potere, e dei mercanti britannici delle Indie orientali tutti sorridenti al primo raduno del popolo.
Max sgattaiolò fuori dalla sala e trovò, sull’altro lato della via, un bar dove si servivano tre bicchieri al prezzo di uno. Un giorno, si disse, avrebbe trovato un bar che serviva quattro bicchieri al prezzo di uno e avrebbe bevuto fino a ubriacarsi a morte. Il barista preparò i suoi tre drink e Max si sedette di fronte alla strada dove attendevano lunghe macchine scintillanti, poliziotti in guanti bianchi e persone di colore che non figuravano nelle liste degli invitati. Lasciamo che le cose seguano il loro corso, pensò Max. Si ricordò di ciò che Harry aveva detto sull’Africa e sugli africani. (Meglio… di ciò che Harry non aveva detto). Ma cosa aveva a che fare tutto questo con lui? Non era mai stato in Africa.
Nkrumah uscì, circondato da abiti scuri da cui emergevano facce bianche. Poi vennero i suoi ministri e Dallas. Nkrumah salutò con la mano, gli abiti stampati e i completi primaverili applaudirono, risero e ricambiarono il saluto. I poliziotti correvano qua e là per sgombrare le strade. Il ruggito delle motociclette sovrastò il tumulto e tuonò scortando le lunghe limousine che vibravano sommessamente.
La sera successiva i febbrili preparativi per il banchetto in onore di Nkrumah al Waldorf erano terminati. Gli inviti erano partiti e le adesioni, insieme ai soldi, erano arrivate. Maida aveva intervistato tutti gli africani su cui era riuscita a mettere le mani (o il proprio corpo, perché era più o meno il momento in cui aveva cominciato a distaccarsi, sotto gli occhi di un Max per nulla addolorato) e aveva ricevuto offerte di posti importanti nelle varie emittenti radiofoniche dei Paesi che sarebbero diventati indipendenti. Max stava facendo progressi: la guardò allontanarsi. La gente aveva smesso di scrutare il volto di Max; l’espressione di disorientamento era scomparsa, ora c’era della concretezza: contatti, accettazione reciproca. No, non sembrava più che ci fossero dei Boatwright, delle Mary o delle Regina. Adesso c’erano le Maida e i Dallas. Una volpe era pur sempre una volpe. Maida arrivava come una volpe e come una volpe se ne andava, alla chetichella, e un giorno si sarebbe ritirata nella casa che uno dei suoi amanti, un settantenne, le avrebbe comprato poco prima che lei lo mandasse all’altro mondo (Max se lo poteva immaginare) a furia di selvagge cavalcate. Maida era da ammirare. Giocava con onestà. Era fedele, assolutamente fedele, finché non arrivava un partito migliore. Di sicuro quella fica gli sarebbe mancata. Di sicuro.
Al banchetto Max li osservò, gli africani, i neri, i bianchi, in smoking, lunghe vesti, shama, kente e agbada: i giornalisti che mangiavano e bevevano e si infilavano in tasca i discorsi preparati; gli ospiti d’onore, un centinaio, stipati sulla pedana; Nkrumah vestito di viola (è dunque così? pensò Max), la fronte lucente. I discorsi non finivano più e venivano tenuti da un’infinità di persone. Fu proiettato un film. Un gruppo di neri americani con un nome dall’assonanza africana suonava il tamburo e ballava. E poi, finalmente, tutto ebbe termine.
Max aveva perseguitato una rossa tutta la sera, ma in qualche modo lei l’aveva evitato, e l’ultima volta che la vide se ne stava andando con uno dei ministri. Max era ubriaco e non aveva voglia di dormire da solo. Mentre la sala del banchetto si svuotava, già pensava alle donne cui avrebbe potuto far visita, e poi: «Lei è Max Reddick?». Non riuscì a dare un’età alla donna e non gli importava davvero. «È davvero Max Reddick?». La donna sorrise, un po’ incerta. Indossava uno shama etiope.
«Sì» rispose. Eccone un’altra. Ti ringrazio, Signore. Di nuovo sulla breccia.
Ogni volta che pensava all’Africa, rammentava quella notte, il banchetto e il destino che aveva portato nel suo letto una ragazza cinese che indossava uno shama etiope. Ecco il modo migliore di ricordare le cose.

Titolo originale: The Man Who Cried I Am
© 1967, John A. Williams
© 2023 Library of America
© 2025 Lit Edizioni s.a.s.

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