Enea fugge da Troia in fiamme con il padre Anchise sulle spalle, attraversa il mare e approda dove sorgerà Roma. Ogni migrante è Enea, lascia una terra ostile alla ricerca di nuovi orizzonti, anche se tutto questo ha un prezzo doloroso, con il mare che vuole il suo tributo di sangue e carne, di padri e madri, di figli e fratelli e sorelle. L’Eneide di Publio Virgilio Marone, dal mondo classico racconta la modernità di chi lascia e va. E quei versi secolari sono stati la scintilla dell’ispirazione per Gbenga Adesina, che in questo La morte non finisce nel mare pubblicato da Transeuropa, racconta di lutti e speranze, di vite vissute e vite immaginate, di più, desiderate per necessità. Gbenga Adesina (1989) è nato ad Akure, in Nigeria, e attualmente vive e lavora negli Stati Uniti. È stato il primo poeta nigeriano – nonché il primo africano in assoluto – a vincere, nel 2016, il Brunel International Poetry Prize. Suoi scritti sono apparsi su Yale Review, Harvard Review, Narrative, Academy of American Poetry’s Poem-a-Day e Prairie Schooner. Di recente ha inaugurato, in qualità di Mellon Foundation Fellow, il corso in Global Black and Diaspora Poetry at the Furious Flower Poetry alla James Madison University. La morte non finisce nel mare è la sua prima raccolta di poesie e ha vinto l’Anisfield-Wolf Book Award 2026. A partire dalla propria esperienza di migrante, Gbenga Adesina intreccia mito e autobiografia per raccontare una storia universale: la perdita del padre, l’abbandono della terra natale, la trasformazione della casa e dei legami. Il viaggio oltre il mare coincide con il lutto e con una separazione necessaria, mentre la madrepatria tenta di trattenere il figlio che parte. Ne nasce una poesia intensa e visiva, in cui migrare significa portare con sé i morti, la memoria e un futuro carico di incertezza. Adesina è interessato agli aspetti più intimi, ai dolori, ai desideri più reconditi e alle famiglie che, per un puro caso geografico e storico, si sono trovate a dover lasciare per necessità il proprio Paese come migranti. Ma prima di tutto, come esseri umani. Fabio Poletti

Gbenga Adesina
La morte non finisce nel mare
Traduzione di Stella Sacchini e Federico Biolchi
2026 Transeuropa Editore
pagine 150 euro 15
Per gentile concessione dell’autore Gbenga Adesina e di Transeuropa Editore pubblichiamo un estratto dal libro La morte non finisce nel mare
HO PORTATO MIO PADRE ATTRAVERSO IL MARE
Era un bambino. Era morto.
Era la rachide di un’astrapia dalla lunga coda. Era una foresta
di lividi. Sul volto indossava una porta.
Indossava il completo nero
del suo matrimonio. La tasca quadrata
era ancora piena delle sue promesse.
Era leggero da trasportare,
perdeva i suoi fardelli e le promesse come sangue.
Era carico
della responsabilità dei morti.
Che razza di figlio
lascia suo padre
incatenato alla paternità?
L’ho sollevato sorreggendolo col mio corpo.
Misuravo la sua lunghezza con la mia.
I piedi che solcavano la sabbia, le ginocchia molli,
le braccia che stringevano i miei fianchi.
Con il levarsi delle correnti, il colletto sul suo collo spezzato
brillava all’interno di una boa.
Lo squarcio lasciato sulla sua testa dal bisturi del chirurgo
è diventato un alone, un segnale nel buio.
Ho messo il mio naso contro il suo.
Gli ho messo un dito in bocca.
Ho legato la flebo, ora una branchia umana, attorno alle nostre vite
e ho nuotato nella vena
dell’acqua.
“Guarda,” ha detto la sfinge tra le onde.
“Un figlio che porta il padre.”
La morte non è silenzio.
È dove ti sento più chiaramente.
Che razza di figlio
lascia il corpo di suo padre
incatenato alla cupa lagnanza nel cuore della terra?
Ho portato mio padre sulla schiena.
Sentivo il pulsare del suo cuore ultraterreno
contro la pelle della mia spina dorsale.
Sul volto indossava una porta
che ha promesso di aprirmi.
Come sangue
perdeva le sue promesse.
STORIA DEL POPOLO DEL 1998
La Francia vinceva la Coppa del Mondo.
Il nostro dittatore dagli occhialoni scuri moriva
a causa di una mela rossa avvelenata
anche se lo sapevano tutti che era stata la CIA.
Noi vivevamo a miglia di distanza dall’Atlantico.
Guardavamo Il dottor Dolittle, Titanic, La maschera
di Zorro. Nostro nonno, mezzo cieco, aspettava
il regno di Dio seduto su un trono nella sua stanza
buia, traducendo Dante.
La sonda Galileo aveva rilevato
un intero oceano nascosto sotto lo strato
di ghiaccio sulla luna di Giove.
Il fiume Yangtze in Cina perdeva il controllo
e reclamava vendetta.
Altrove un deserto prendeva fuoco.
Comprammo una tartaruga verde di plastica e la chiamammo Sir
Desmond Tutu.
Un serpente entrò in casa dalle fogne
e, da bravo figlio, corsi
a nascondermi sotto il letto.
Esplose Google.
Esplose il Viagra.
A luglio, di notte diluviava e il vento per poco
non ci scoperchiò casa. Io pensavo: Dio ci ama
a tal punto
da volerci riempire di sé.
Mia madre, la vidi da una fessura nella porta, la scia
d’una sciarpa rosso amaranto e d’una gonna gialla svolazzante.
Pensava che nessuno la stesse guardando. Danzava al ritmo
ipnotico
di Fela Kuti. Rideva e batteva le mani
davanti allo specchio. Era l’anno in cui casa nostra si riempì
di ragazzi e ragazze, e di un fantasma, la nostra sorellina.
Calmaria. I portoghesi la chiamavano così. Quando pioveva
e poi di colpo il mondo abbonacciava, ci fiondavamo
fuori dalla porta per salutare l’aurora
di uccelli che volteggiavano nel cielo.
Sapevamo che uno di loro, il più piccolo, era uno di noi,
quelle spettrali egrette bianche.
LE NOZZE
Lei indossava una corona. Indossava un velo bianco.
Sotto il velo, indossava il volto di sua madre,
una storia tradotta.
Al naso aveva un bottoncino di cristallo.
Ai lobi delle orecchie un paio di orecchini a goccia,
coni di rubino, una pietra viva.
L’abito, bianco nuziale, raffinato tulle: una cattedrale.
Ho sollevato il velo, il tuo volto è il mio volto, madre.
Lo sposo indossava un frac, una begonia rosa
appuntata sul petto. Il capo cosparso di pezzetti
di coriandoli bianchi, di piume sintetiche d’oca.
Il capo e la linea del collo, gli occhi, gli occhi di un pittore
erano chini e fissi su di lei.
Un pioppo striato in penombra entrava dalla finestra della cappella
disegnando una scala sul volto di lei. L’amore è il paradiso.
Ma implica la salita.
Era usanza che gli sposi si offrissero a vicenda la torta
e il miele denso.
Lui portò una coppa d’argento con manici perlacei alle labbra
di lei.
Lei beveva. Lui beveva.
Un’eco delle promesse si prolungava dentro di loro.
Presto si sarebbero trasferiti in una stanza piccola e lì
si sarebbero unti a vicenda le braccia e il collo, le cosce
e il torso con olio di oliva per propiziare la bellezza,
non la morte. Poi si sarebbero avvolti in un sudario
bianco per la sepoltura, com’era scritto fin dall’inizio.
Dal futuro sussurro loro: Per favore, pregate per la luce.
Ecco che si avvicinano per baciarsi, lei gli stringe il viso
tra le mani.
Un prete brucia incenso e mirra azzurra
dietro un altare rialzato.
Come testimone, un bambino con la tonaca d’un viola acceso
che suona un violino incompiuto.
© 2025 Estate of Gbenga Adesina
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