Quando si dice Guerra Fredda vengono in mente James Bond 007 o ancora di più l’argutissimo Smiley dei romanzi di John Le Carré. Ma c’è un intero filone di film e libri che ha raccontato nei dettagli, talvolta in modo assai inverosimile, la contrapposizione Est Ovest dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al 1989 quando con il crollo del Muro di Berlino venne giù un intero sistema politico. Spie e spioni sono il corollario, nemmeno il più importante, dell’immensa macchina da guerra costruita da questa parte del Muro, in particolare dagli Stati Uniti, per battere sul campo i russi e i loro alleati. In particolare ampie risorse economiche ed umane vennero dispiegate per avere l’egemonia culturale, da sempre terreno di conquista di ogni apparato politico. Su questi temi, quelli de La guerra fredda culturale, come da titolo del suo saggio, ci illumina Frances Stonor Saunder,in questo libro pubblicato da Fazi Editore. Frances Stonor Saunder è una giornalista, scrittrice e documentarista. Laureata con lode all’Università di Oxford, scrive per London Review of Books, ha lavorato per The New Statesman e collaborato con BBC Radio, The Guardian, Los Angeles Times e altre testate. Con La guerra fredda culturale, tradotto in venti lingue, ha vinto il Gladstone Book Prize della Royal Historical Society. Membro della Royal Society of Literature, vive a Londra. Con La guerra fredda culturale, Frances Stonor Saunders ha raccontato come, nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti attraverso la CIA, abbiano sostenuto e orientato una vasta rete di iniziative culturali in Europa, con l’obiettivo di contrastare l’influenza sovietica e influenzare il dibattito intellettuale occidentale. Dopo i due decenni caratterizzati da nazismo, fascismo e seconda guerra mondiale, gran parte degli intellettuali europei era su posizioni critiche anticapitaliste. Per arginare il richiamo del comunismo e la crescita delle sinistre, la CIA, con finanziamenti occulti, promosse fondazioni, riviste, premi e istituzioni artistiche, cercando di trasformare e controllare la cultura, uno dei principali terreni di confronto tra i due blocchi. Dalle grandi manifestazioni musicali del dopoguerra – come la Conferenza internazionale della musica del ventesimo secolo a Roma nel 1954 – alle tournée della Boston Symphony Orchestra nelle capitali europee; dalle mostre sull’espressionismo astratto americano alla diffusione di un’estetica celebrata come arte della libera impresa, emerge così una strategia capillare, volta a ridefinire l’immaginario dell’Europa occidentale. Al centro di questo sistema vi fu il Congress for Cultural Freedom, una copertura della CIA che sostenne riviste come Encounter, Preuves, Der Monat e, in Italia, Tempo Presente, diretta da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte. In questo intreccio furono coinvolti, a volte in modo del tutto inconsapevole, molti dei più influenti intellettuali del Novecento, da Isaiah Berlin a Hannah Arendt, da George Orwell ad Arthur Koestler, da Raymond Aron allo stesso Ignazio Silone. Fabio Poletti

Frances Stonor Saunder
La guerra fredda culturale
Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo
traduzione di Silvio Calzavarini
2026 Fazi Editore
pagine 696 euro 22
Per gentile concessione dell’autrice Frances Stonor Saunder e di Fazi Editore pubblichiamo un estratto dal libro La guerra fredda culturale
La guerra fredda, tuttavia, metteva di continuo in questione l’idea che cultura e politica potessero essere tenute separate. Il Kulturkampf, naturalmente, era più che mai attuale, come dimostrò la celebrazione del cinquantesimo anniversario della morte di Tolstoj che si tenne nell’estate 1960. Da lungo tempo, i servizi d’informazione statunitensi avevano dimostrato il loro interesse per Tolstoj come simbolo del «concetto di libertà individuale».
Quest’attenzione risaliva ai giorni dell’OSS, quando Ilia Tolstoj, nipote emigrato del grande romanziere, prestava servizio nell’OSS.
Altri membri della famiglia Tolstoj ebbero contatti regolari, fin dall’inizio degli anni Cinquanta, con il PSB e ricevevano finanziamenti della CIA per la Fondazione Tolstoj, con sede a Monaco.
Nel 1953, C.D. Jackson aveva annotato nel suo diario di avere promesso a un postulante che avrebbe telefonato a Frank Lindsay (già vice di Wisner, ma ora alla Fondazione Ford) in relazione ai fondi per la Fondazione Tolstoj.
Nel dicembre 1958, Cass Canfield disse a Nabokov che la Fondazione Farfield era interessata a sostenere una «commemorazione occidentale di Tolstoj» come risposta al festival Tolstoj programmato dai sovietici i quali, come egli correttamente predisse, avrebbero indicato nel grande scrittore un precursore del bolscevismo.
«Il contrasto tra le due commemorazioni apparirà ovvio a qualsiasi intellettuale indipendente e ciò necessariamente rappresenterà un’ottima occasione di propaganda per noi», sosteneva Canfield.
Toccò a Nabokov pianificare «una risposta adeguata alla propaganda comunista», che prese la forma di un convegno, lautamente finanziato, tenutosi sull’isola di San Giorgio a Venezia nei mesi di giugno e luglio 1960. Vi presero parte illustri scrittori e studiosi tra cui Alberto Moravia, Franco Venturi, Herbert Read, Iris Murdoch, George Kennan, Jayaprakash Narayan e John Dos Passos. Furono invitati anche sedici specialisti sovietici, ma al loro posto arrivarono quattro «fantocci». Scrisse in seguito Nabokov:
Oggi, è divertente ricordare le figure di due russi, uno magro e alto e l’altro basso e tarchiato. Quello magro era il segretario dell’Unione degli scrittori sovietici, quello basso un odioso gazzettiere del partito che si chiamava Yermilov. Facevano la coda entrambi, davanti alla mia segretaria o meglio alla segretaria amministrativa del Congresso per la libertà della cultura, per ricevere la loro diaria e l’indennità di viaggio. Erano venuti o piuttosto erano stati mandati a presenziare alla nostra conferenza di commemorazione del cinquantesimo anniversario della morte di Tolstoj.
Nabokov chiudeva le sue reminiscenze con una nota allegra:
«Signor Yermilov, si rivolterà nella tomba: lei ha preso soldi dalla CIA!».
«Rimborsi, spese di rappresentanza: le parole più belle dell’inglese moderno», disse una volta V.S. Pritchett. «Se dobbiamo vendere l’anima, meglio venderla cara». Quelli che non fecero la coda per la diaria a Venezia avrebbero potuto prepararsi per far la coda a un altro evento del Congresso, che avrebbe avuto luogo in giugno a Berlino, il convegno “Progresso nella libertà”. Scrivendo a Hannah Arendt, Mary McCarthy schizzò un rapporto stra-ordinariamente maligno delle rivalità personali e delle mistificazioni intellettuali che dominarono il convegno:
L’evento principale, dal punto di vista scandalistico, è stata una serie di furiosi scontri tra il signor Shils e William [Phillips] sul tema della cultura di massa, naturalmente. Scommetto che Shils è il dottor Pangloss redivivo senza il fascino e l’innocenza del dottor Pangloss.
Io l’ho detto chiaro e tondo o quasi, quando anch’io sono entrata nella mischia. L’altro elemento di spicco del convegno è stato [Robert] Oppenheimer. Mi ha invitata a cena fuori e ho scoperto che è completamente e forse anche pericolosamente pazzo. Megalomania paranoica e un senso di missione divina […] [Oppenheimer] si è girato verso Nabokoff [sic] […] e ha detto che il convegno era diretto «senza amore». Dopo averlo ripetuto più volte, io ho osservato che, secondo me, si doveva limitare la parola “amore” ai rapporti tra i sessi […]. Era presente George Kennan che ha fatto un ottimo e commovente discorso conclusivo (che dovrebbe aver schiacciato per sempre il signor Shils e le sue schiere luciferine), ma si è diffusa la voce che sia pazzo anche lui, sebbene solo in parte.
Oltre a queste e altre «pubbliche idiozie», Mary McCarthy riportava: «Il convegno è stato divertente. Mi sono piaciute le rimpatriate tra amici vecchi e nuovi, con una specie di atmosfera millenarista, ivi compresa la separazione dei buoni dai cattivi».
A beneficiare della generosità della CIA, quell’anno, ci fu anche un gruppo di giornali invitati ad approfittare del centro di interscambio informazioni del Congresso che era stato creato «come mezzo sistematico ed efficace per mettere a disposizione di un pubblico internazionale materiale eccellente che attualmente raggiunge solo un pubblico ristretto». Oltre a trovare sbocco per materiali prodotti da pubblicazioni del Congresso, il centro di informazioni doveva fungere da punto di distribuzione per altri periodici culturali reputati degni dell’appartenenza alla grande famiglia delle riviste del Congresso. Tra gli altri «Partisan Review», «The Kenyon Review», «The Hudson Review», «The Sewanee Review», «Poetry», «The Journal of the History of Ideas» e «Daedalus» (la rivista dell’American Academy of Arts and Sciences), che, sotto l’ombrello del Council of Literary Magazine, ricevevano fondi anche dalla Fondazione Farfield per il miglioramento della loro distribuzione all’estero. Oltre a ciò, il Congresso si unì al Consiglio delle riviste letterarie per bandire una borsa di studio annuale di cinquemila dollari per uno scrittore americano. Chi fu incaricato di organizzare il concorso? Niente meno che Robie Macauley, che era succeduto a John Crowe Ransom alla direzione della «Kenyon Review» nel luglio 1959. Per gli anni in cui questa rivista fu collegata al Congresso, Macauley riuscì ad aumentarne le vendite da 2000 a 6000 copie. Era un suo vanto quello di aver «trovato denaro dove il signor Ransom non se lo sarebbe mai aspettato». Per altri versi, la rivista fu danneggiata dalla direzione di Macauley. Le sue lunghe assenze, problema legato al suo lavoro alla CIA, e i suoi modi prepotenti (nel 1963, soppresse di colpo l’intero collegio dei consulenti editoriali), ebbero un forte impatto negativo sulla rivista. I benefici per il Congresso, d’altra parte, furono considerevoli. Formalizzando le proprie relazioni con queste prestigiose testate americane, il Congresso poteva ora vantare un complesso editoriale d’impareggiabile portata e influenza, una sorta di gruppo «Time-Life» per gli intellettuali.
© 1999 Frances Stonor Saunders
Pubblicato per la prima volta nel Regno Unito da Granta Books
© 2026 Fazi Editore srl


