C’erano i cow-boy e gli “indiani”, chiamati così da Cristoforo Colombo che pensava di aver scoperto l’India. C’era la battaglia di Little Big Horn di cui c’è traccia in questo libro, c’erano le mandrie nella prateria e i cercatori d’oro ma pure gli italiani che, in preda alla fame o in fuga per motivi politici, pensavano di trovare se non il Paradiso almeno qualche opportunità in più, attraversando l’oceano per finire in America. In quegli anni il sol dell’avvenire spuntava ad Ovest, per qualcuno all’Ovest dell’Ovest, nel Far West. Di quegli italiani e del Selvaggio West scrive Daniele Pasquini in questo La fine della frontiera, pubblicato da NN Editore. Daniele Pasquini è nato nel 1988 in provincia di Firenze e si occupa di comunicazione editoriale. Autore di romanzi e racconti, per NNE nel 2024 ha pubblicato Selvaggio Ovest. Ha vinto il premio Selezione Bancarella ed è stato finalista del premio letterario internazionale Alessandro Manzoni e del premio Asti d’Appello. La trama del libro è un intreccio di protagonisti. Nel 1861 l’Italia è una nazione appena nata e l’America promette un futuro infinito. Dante Niccolai, giovane carrettiere toscano rimasto orfano, lascia la propria casa per accompagnare la famiglia Ferrini al porto di Genova e decide di imbarcarsi con loro per il Nuovo Mondo, inseguendo il miraggio di una vita migliore. Tra lui e Adele Ferrini nasce un rapporto epistolare fatto di promesse e attese, ma l’immensità del continente li divide. Dante vaga per anni nel cuore dell’America, mentre Adele trova fra i cheyenne una nuova identità. Le loro vicende si legano alla Storia e alle peripezie di Carlo Di Rudio, rivoluzionario mazziniano scampato alla ghigliottina e ai lavori forzati, che sceglie il West come ultima trincea.
La fine della frontiera è un romanzo storico e d’avventura, dove le esistenze erranti dei protagonisti si stagliano sul tramonto del mito del West. Daniele Pasquini in questo libro ci ricorda che la vita è una grande battaglia persa, ma va assaporata e goduta fino alla fine, senza rimpianti o recriminazioni. Fabio Poletti

Daniele Pasquini
La fine della frontiera
2026 NN Editore
pagine 496 euro 20

Per gentile concessione dell’autore Daniele Pasquini e dell’editore NN pubblichiamo un estratto dal libro La fine della frontiera

«Sto partendo» disse Dante. «Volevo dirtelo».
John rimase immobile, più simile a un albero che a un uomo, e mantenne per diversi secondi un’espressione indecifrabile. Non mosse un ciglio, e Dante pensò che non lo avesse sentito.
«Andrò nell’Ovest, non so quando arriverò. Ma volevo dirtelo». «Cercherai quella ragazza?».
«Ci proverò» disse Dante, e l’indiano annuì.
«Un giorno ti scriverò» aggiunse poi, anche se John non sapeva né leggere né scrivere. Magari Tallia avrebbe letto le sue lettere. Non sapeva se avvicinarsi per stringergli la mano o se salire in sella senza aggiungere altro, ma rimase con gli stivali piantati per terra, di fronte all’indiano immobile.
«Se c’è una cosa che non rimpiango, sono state le giornate insieme nei boschi. Sei stato un vero amico» aggiunse infine Dante. L’indiano annuì solennemente, poi chiuse gli occhi e alzò leggermente lo sguardo. Infine mosse un passo, spalancò le braccia vigorose e abbracciò il ragazzo. Dante fu avvolto dalla stretta calda dell’amico, si sentì piccolo e fragile nascosto tra i muscoli di quel gigante, ma anche accolto e compreso: ebbe l’impressione che, a differenza sua, John sapesse esattamente il senso di quel
che lui stava per fare, e questo lo tranquillizzò.
«Buon viaggio Dan. Farai altre buone cacce».
Poi Dante salì in sella e partì: solo dopo essersi lasciato alle spalle Smethport e aver cavalcato seguendo la scia sottile del torrente Blacksmith, dopo aver solcato per miglia la vallata verde acqua circondata da boschi che apparivano eterni, dopo aver raggiunto di nuovo le acque occidentali dell’Allegheny ed essere entrato nella contea di Warren, solo allora si rese conto davvero di essersi messo in viaggio.
L’ultimo bivacco in Pennsylvania lo allestì a Clarion, dopodiché entrò nello stato dell’Ohio. Dormì a Youngstown, fece marciare il cavallo concedendogli soste per il pascolo, fermandosi per cacciare tacchini e conigli selvatici, e proseguì per giorni lungo piste appena accennate tra boschi e radure, costeggiando i tracciati delle strade e dei fiumi che conducevano a occidente.
In banca aveva dei soldi, ma non si era mai preoccupato di pensare a come ritirarli. Viaggiò facendosi bastare il denaro che aveva con sé. Ebbe dopo tanto tempo la sensazione che ci fosse altro oltre ai risparmi e al tetto. Sentì che la fortuna che aveva avuto, non importava se sostenuta dai propri meriti, era come acqua salata data da bere a un naufrago. Era come se quelle cose non fossero in grado di saziarlo, come se avesse capito di aver fame di luce: e aveva scoperto che desiderare ciò che non si può avere era allo stesso tempo una condanna e una benedizione, perché lo spingeva a marciare ostinato, e la speranza e la paura erano compagne che non si separavano mai troppo.
Alla stazione di posta di una cittadina si fermò di fronte a una mappa, e al postiglione di una diligenza chiese informazioni sulla via per il Kansas. L’uomo lo guardò incuriosito.
«Volete mettere su una mandria?» chiese al ragazzo con fare ironico. Gli era cresciuta la barba, e il sole aveva scurito la pelle del suo viso, ma non aveva l’aria di uno pronto ad acquistare capi di bestiame all’ingrosso.
Ripartì e cavalcò per poco meno di due settimane. Raggiunse Louisville, Kentucky, all’inizio dell’estate: arrivò in città di domenica, e sentì le campane suonare prima di entrare nel cuore della città. Lasciò il cavallo in una stalla e prese alloggio in un albergo affacciato sulle acque del fiume Ohio. Il giorno seguente vagò per la città e arrivò fino alla stazione dei treni. Scoprì che avrebbe potuto raggiungere St. Louis, Missouri, la città sul Mississippi oltre cui si apriva la frontiera, con un treno della L&N, ma preferì ripartire in sella, e cavalcò una settimana attraverso campi coltivati, dove cresceva il mais e i contadini ricurvi mietevano il grano. Tra una fattoria e l’altra correvano miglia e miglia di campi e pascoli, e il paesaggio era così piatto e ininterrotto che solo il comparire del tetto di un fienile in lontananza gli dava la certezza di essersi mosso. I villaggi erano piccoli, ancor più di Smethport o di Valchiusa, ma tutto sembrava appena nato, e aveva l’impressione che le poche persone incontrate qua e là, al lavoro o sulla via, fossero state appena trapiantate, o sul punto di ripartire. Aveva anche incontrato un paio di carovane di pionieri. Avvistando da lontano i carri aveva accelerato l’andatura per avvicinarsi, nella speranza di incontrare Adele. Si rendeva conto che le probabilità di ritrovarla in mezzo a quella pianura infinita erano nulle, che la sua carovana doveva essere già giunta a destinazione, eppure era quella la ragione che lo faceva avanzare. Incontrò una spedizione di irlandesi diretta a St. Louis, che da lì avrebbe raggiunto Kansas City per intraprendere poi la lunga via verso l’Oregon. La carovana procedeva lenta, al ritmo di quindici miglia al giorno. Dante li oltrepassò. Si accampò ai margini di una via militare, non distante da un forte a nord di Perryville, stendendo le coperte al limitare di un bosco di querce. Cacciò uno scoiattolo e lo mise sul fuoco, e mentre aspettava che la sua cena fosse pronta udì a distanza il suono dei violini: il convoglio si era arrestato e i carri, posteggiati in cerchio, custodivano al centro il focolare attorno a cui le famiglie si erano radunate a celebrare la fine dell’ennesima giornata di marcia.
Arrivò a St. Louis il pomeriggio di un giorno assolato, e condusse il cavallo tra le case sul porto, dove i battelli carichi di merci galleggiavano sulle acque del fiume. Vide i trapper di cui tanto aveva sentito parlare armeggiare con chiatte cariche di pelli, cacciatori arrivati dall’Ovest che contrattavano prezzi di castori e bisonti. Cumuli di animali morti che facevano impallidire i traffici di Smethport.
Lasciò il cavallo a un deposito, poi si aggirò a piedi per le vie e prese alloggio in un piccolo albergo gestito da una famiglia francese. Segnarono il nome Dan Nichols sul registro, ma l’uomo incuriosito dal suo accento gli domandò se fosse italiano. Dante annuì, allora il locandiere insistette per mostrargli una stampa che raffigurava Giovanni Battista Beltrami, un connazionale che pochi decenni prima aveva risalito l’intero corso del fiume a nord, scortato da tribù di selvaggi, in un’impresa di mesi che lo aveva portato fino alle regioni più remote del Minnesota. Là aveva trovato un lago, dove il grande fiume nasceva, e lo aveva ribattezzato Lago Giulia, in onore della donna che amava.

© 2026 Daniele Pasquini
Pubblicato in accordo con Pastrengo Agenzia Letteraria
© 2026 Enne Enne Editore, Milano www.nneditore.it

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