Amara Lakhous assicura di dovere tanto a Leonardo Sciascia. Quello de Il contesto, finito sul grande schermo con il titolo Cadaveri eccellenti, storia di un omicidio dove a fare paura sono i mandanti più che gli esecutori materiali, in un intreccio di poteri occulti, dove il confine tra legale e illegale si fa sempre più sottile. E allora, anche in questo La fertilità del male, pubblicato dalle Edizioni e/o, l’omicidio eccellente è solo il presupposto per raccontare gli intrecci di potere e corruzione attraversando un bel pezzo della storia più recente dell’Algeria. Amara Lakhous, nato ad Algeri nel 1970, arrivato in Italia dal 1995, oggi vive negli USA dove insegna nel dipartimento di studi italiani di Yale, dove si occupa di letteratura del Mediterraneo. Con le Edizioni E/O ha pubblicato Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, Divorzio all’islamica a viale Marconi, Un pirata piccolo piccolo, Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario e La zingarata della verginella di Via Ormea. Con La fertilità del male è tornato a scrivere in arabo, la sua lingua madre. Il libro inizia con il ritrovamento del cadavere. È il 5 luglio 2018, festa dell’indipendenza algerina. Il potentissimo Miloud Sabri, eroe della guerra di liberazione, viene trovato morto nella sua lussuosa villa di Orano. Un dettaglio attira l’attenzione del comandante dell’Unità Antiterrorismo Soltani, a capo dell’indagine: alla vittima è stato mozzato il naso. La mutilazione parla da sé in modo inequivocabile, perché è la stessa che usavano i membri del Fronte di Liberazione Nazionale per marchiare a vita i traditori. Racconta lo scrittore: «Come per i gialli di Leonardo Sciascia, anche nel mio romanzo sappiamo chi è il colpevole, ma non necessariamente chi sono i mandanti. Niente è bianco o nero, non ci sono regole né limiti». In una Orano dove il divario sociale è sempre più evidente, il giallo dell’uccisione di Miloud proietta cosı Soltani nel passato torbido dell’Algeria, finché la verità a poco a poco non viene svelata. Una verità assai scomoda che ci ributta in un passato che sembrava lontano. Fabio Poletti

Amara Lakhous
La fertilità del male
traduzione di Francesco Leggio
Edizioni e/o
pagine 240 euro 19

Per gentile concessione dell’autore Amara Lakhous e delle Edizioni e/o pubblichiamo un estratto dal libro La fertilità del male

«Abbiamo rinvenuto il cadavere di Miloud Sabri con il naso mozzato stamattina e – guarda che combinazione! – lei ha dise- gnato Si Khoya El Bandi senza naso. Mi faccia la carità, non mi venga a dire che è frutto del suo intuito da artista».
«La vita è piena di combinazioni, signore».
Karim Soltani si chiese perché Rachid usasse così tanto la parola “combinazione”. Forse per indispettirlo e provocarlo? Non era convinto della spiegazione e pensò che seguire la pista di Si Khoya El Bandi senza naso lo avrebbe portato da qualche parte. La punta mozzata era stata messa sul petto di Miloud Sabri a mo’ di medaglia, c’era un chiaro intento di recapitare un qualche messaggio.
«Dov’era ieri sera e stamattina all’alba, Si Kadri?». «Qui a casa, a lavorare».
«È rimasto qua, non è uscito?».
«No».
«Da solo?».
«Sì».
«Ha testimoni?».
«No».
«Chi non ha neanche un testimone è un bugiardo, Si Kadri». In verità, Karim Soltani non dava troppa importanza alle
testimonianze, perché i delinquenti spesso si procurano falsi testimoni prima o subito dopo aver commesso il reato. Rachid si alzò dalla poltrona e guardando il suo inatteso ospite disse:
«Vuole un bicchiere di tè? Ho solo tè… e acqua».
«No, grazie».
Rachid sparì in cucina e Karim Soltani ne approfittò per riprendere col cellulare alcune foto appese al muro. Le avrebbe esaminate più tardi con calma, si disse. Le foto erano un po’ datate, vi si vedeva Rachid ancora giovanissimo, sempre con il sorriso stampato in faccia. Sembrava felice e ridanciano, affatto differente dal Rachid di oggi. Andata via la giovinezza, una certa gravità si era insediata nei suoi lineamenti e nel fisico.
Rachid tornò nel salone cinque minuti dopo portando il suo bicchiere di tè, poi si accese un’altra sigaretta, stavolta non curandosi di offrirne una all’ospite, si sedette senza dire una parola e si mise a fissare il soffitto, come se fosse preso da una questione ostica. Il suo umore sembrava cambiato d’un colpo.
Karim Soltani, facendo per andarsene, gli disse di non lasciare Orano, in caso avesse avuto bisogno di lui per qualche informazione in più, e quello replicò che da anni non si muoveva da Orano. Vi si era trovato come un pesce nell’acqua, non poteva vivere se non in questa città incantata. L’umore di Rachid era mutato di nuovo senza preavviso e si era messo a raccontare di sé stesso e di Orano. Era arrivato dalla sua città natale, Mascara, per studiare belle arti e da allora non era più riuscito a lasciarla. Karim Soltani decise di stare a sentirlo, magari dalla sua bocca poteva venir fuori qualcosa di utile alle indagini; una sola parola potrebbe portare a una svolta decisiva, chi lo sa? Potrebbe, senza volerlo, rivelare qualche segreto; ci sono persone che confessano un reato senza rendersene conto. Improvvisamente Rachid smise di parlare. Ci fu un trapestio vicino: qualcuno aveva girato la chiave nella serratura della porta di casa e stava entrando. Karim Soltani guardò Rachid e notò il suo allarme, la faccia aveva cambiato colore e le mani avevano preso a tremolare.
Qualche istante dopo entrò una bella ragazza, slanciata, coi capelli lunghi, gli occhi grandi e bordati di nero; portava un vestito marrone lungo e sandali neri ai piedi. Li salutò entrambi sorridendo. Karim Soltani si aspettava da Rachid che gli presentasse la nuova venuta, cosa che quello non fece, ma anzi si chiuse in un silenzio di tomba, così fu lui a rivolgerle direttamente la parola.
«Sono il colonnello Soltani dell’antiterrorismo».
«Piacere, sono Zouhour».
«Zouhour è la figlia di un mio amico, è venuta a farmi visita» disse Rachid rompendo il silenzio con certo imbarazzo. «Figlia di un amico… e ha le chiavi di casa sua?» commentò Karim Soltani sarcastico.
«È la verità, signore» replicò Rachid.
«Quanti anni hai?» chiese Soltani rivolto alla ragazza. «Venti».
«Fammi vedere la carta d’identità».
Zouhour rovistò nella borsa e gli consegnò il documento.
Karim Soltani si assicurò che non fosse minorenne. Aveva detto il vero riguardo alla propria età, ma qualcos’altro attirò la sua attenzione.
«Di cognome fai Badi. Hai un legame di parentela con Abbas Badi?».
«No».
Le restituì la carta d’identità, guardandola fisso negli occhi. Karim Soltani aveva una capacità non indifferente di leggere quanto viene sottaciuto. Le persone non parlano solo con la lingua: un gesto, uno sguardo, un moto delle labbra o delle ciglia dicono ciò che la lingua non vuol rivelare. Andandosene, Karim Soltani disse di nuovo a Rachid di non allontanarsi da Orano senza il suo permesso.
Sceso sotto al palazzo, telefonò alla tenente Malika Derraj, e le chiese di investigare sul nominativo Zouhour Badi, nata il 14/8/1998 a Tamanrasset. Nota: la ragazza nega qualsiasi parentela con Abbas Badi.
Aveva voglia di rilassarsi un po’ al Caffè del Teatro, una volta frequentato abitualmente da Abdelkader Alloula, il grande drammaturgo e regista assassinato nel Ramadan del 1994. Karim Soltani, ogni volta che prendeva il caffè lì, aveva l’impressione di recitare la Fàtiha per la sua anima innocente. Non appena si sedette, lo sguardo andò subito a una grande affiche della Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo appesa a una parete del locale. Questo film aveva forgiato l’immaginario di generazioni di algerini, veniva trasmesso più volte all’anno dalla televisione di Stato, per le feste nazionali come il 1° novembre, anniversario dello scoppio della rivoluzione, e il 5 luglio, festa dell’Indipendenza. Da bambino andava pazzo, come tutti i suoi coetanei, per i personaggi di Ali La Pointe e Hassiba Ben Bouali, e certe volte li aveva invidiati, aveva fantasticato che se fosse vissuto ai tempi della rivoluzione avrebbe combattuto insieme ai partigiani e avrebbe cacciato i colonizzatori.

Titolo originale Tair al-lail
© Actes Sud, 2024
© 2026 by Edizioni e/o

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