In una giornata assai significativa come oggi ci sembrava opportuno scegliere un libro con un tema appropriato. Anche se, lo diciamo senza troppi giri di parole, di questo La democrazia sopravviverà alla sfida dell’estrema destra?, scritto da Daniel Innerarity e pubblicato da Castelvecchi, quel punto di domanda alla fine del titolo, un po’ ci inquieta. Sono passati più di 80 anni dalla caduta del fascismo, da allora l’Italia è una democrazia, imperfetta fin che si vuole ma pur sempre una democrazia. Certo ci guida un governo di centrodestra, a volte più di destra che di centro, ad esempio sulle politiche di accoglienza per i migranti, ma sicuramente siamo ben lontani dalle inquietanti inquietudini di altri Paesi dove la destra estrema dilaga, come in Germania dove l’AFD Alternative für Deutschland fa il pieno di voti soprattutto nell’ex DDR, la zona economicamente più depressa. O in Gran Bretagna dove Nigel Farage con il suo Reform UK ha traghettato il Paese fuori dall’Europa. Per cercare di capire l’aria che tira, a velocità variabile a seconda dei Paesi, il lavoro di Daniel Innerarity ci ricorda pure che il 25 aprile potrebbe non essere ancora finito.
Daniel Innerarity, professore di Filosofia politica e sociale, ricercatore presso l’Università dei Paesi Baschi e titolare della cattedra Artificial Intelligence and Democracy dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze, opinionista di El País e La Vanguardia, è stato visiting professor alla Sorbona, alla London School of Economics e all’Università di Georgetown. Nel 2022 gli è stato conferito il Premio Nacional de Investigación Ramón Menéndez Pidal per le Discipline umanistiche. Con l’editore Castelvecchi ha già pubblicato nel 2023 Pandemocrazia. Una filosofia del mondo contagiato, nel 2022 Una teoria della democrazia complessa. Governare nel XXI secolo e nel 2020 Politica per perplessi 2020. La sua analisi è assai rigorosa. L’ascesa dell’estrema destra, il populismo, la perdita di consenso verso il principio dell’alternanza democratica e l’ostilità nei confronti del sapere non sono fenomeni isolati, ma sintomi di trasformazioni profonde che attraversano le nostre società. Daniel Innerarity invita a distinguere tra i nemici della democrazia e le sue fragilità strutturali, tra il conflitto legittimo e la dissoluzione delle forme democratiche. Difendere la democrazia non significa far parte di un’opposizione «che confonde la costruzione di un’alternativa con la distruzione della maggioranza di governo», ma ricostruire le condizioni culturali, istituzionali e cognitive che rendono possibile un autentico confronto pluralista. Un libro per comprendere perché la democrazia sia oggi sotto attacco e quali risorse abbia ancora per rinnovarsi. Fabio Poletti

Daniel Innerarity
La democrazia sopravviverà alla sfida dell’estrema destra?
Traduzione dallo spagnolo di Rossana Capobianco
2026 Castelvecchi
pagine 116 euro 15
Per gentile concessione dell’autore Daniel Innerarity e dell’editore Castelvecchi pubblichiamo un estratto dal libro La democrazia sopravviverà alla sfida dell’estrema destra?
Dopo la solenne dichiarazione di Donald Trump, all’inizio del suo secondo mandato, secondo cui esistono soltanto due generi, la vita sessuale degli americani cambierà tanto quanto la na- vigazione delle navi nel Golfo del Messico, che l’amministrazione ha ribattezzato ufficialmente Golfo d’America, cioè per nulla. Non è così che si riuscirà a cambiare il comportamento di qualcuno, nonostante tutti siano stati avvertiti che è nelle intenzioni del nuovo governo abbandonare qualsiasi politica pubblica che implichi un riconoscimento della diversità sessuale e mettere in atto tutto l’imperialismo che le circostanze (le proprie risorse e la volontà altrui) consentiranno.
Il senso delle politiche identitarie
Qual è il motivo di questa battaglia contro le politiche di diversità, equità e inclusione? È possibile che così tante persone siano infastidite dal colore della pelle e dalla diversità sessuale o è una narrazione che cela intenzioni ancor meno confessabili?
Con tutto questo artificio retorico, a mio parere, si intende frenare la democratizzazione della società che si otterrebbe correggendo le disuguaglianze sociali. Se le politiche identitarie sono nel mirino delle nuove destre, è perché hanno avvertito che queste potrebbero alterare l’equilibrio in cui si è stabilizzata l’attuale distribuzione dei vantaggi e degli svantaggi sociali.
Un luogo comune attraversa indisturbato le analisi della destra e di una parte della sinistra: per la destra la società sarebbe un insieme pacifico (una nazione indiscussa, un’evidente dualismo sessuale, un’ascesa sociale alla portata di chiunque si impegni) e le politiche identitarie non hanno fatto altro che infrangere questo equilibrio; una parte della sinistra sostiene che tali politiche distraggano dalle disuguaglianze economiche e allontanino dall’obiettivo della redistribuzione. Coloro che criticano le politiche identitarie da destra sostengono che in questo modo ci dimentichiamo della nazione, e coloro che le criticano da sinistra temono che poi ci dimenticheremo dell’economia, come se prendersi cura dei migranti o delle donne fosse una distrazione antipatriottica o una rinuncia alla giustizia sociale, come se chi appartiene a una nazione o chi agisce nella sfera economica non avesse un’identità concreta e differenziata che condiziona l’appartenenza alla comunità politica e i suoi vantaggi o svantaggi economici.
Il rifiuto conservatore è dovuto al fatto che le politiche della diversità si concentrano sulla lotta contro il razzismo, il suprematismo o il sessismo, i cui beneficiari, non a caso, sono solitamente correlati al rischio di povertà. Chi si oppone alle politiche inclusive non lo fa difendendo esplicitamente i privilegiati, ma questo è il risultato della loro critica: cecità di fronte a certe forme strutturali di esclusione e al loro consolidamento. Finché le discriminazioni struttureranno la società, saranno necessarie le politiche identitarie. A coloro che nella sinistra tradizionale guardano a queste politiche con sospetto dovrebbe essere ricordato che la prima politica dell’identità è stata quella di classe; le attuali politiche identitarie non sono altro che versioni più complesse di tale politica, in un mondo in cui l’indebolimento del concetto di classe non è dovuto al fatto che le forme di dominio siano state superate.
Le politiche identitarie non cercano di sostituirsi alle politiche redistributive dello Stato sociale, ma piuttosto cercano di integrare alcuni gruppi marginalizzati con una visione più intersezionale, cioè attraverso l’analisi delle circostanze che fanno coincidere forme di esclusione economica e di emarginazione sulla base dell’identità. Questa nuova agenda non implica una rottura con le politiche di redistribuzione, perché il vecchio capitalismo si fondava già sulle esclusioni dovute all’identità. Lo sviluppo del capitalismo non si può comprendere, ad esempio, senza l’esclusione del lavoro domestico delle donne dalla categoria del lavoro riconosciuto e retribuito, così come il razzismo coloniale è stato fondamentale per il capitalismo. Le attuali espulsioni delle persone prive di documenti negli Stati uniti sono una questione di classe mascherata da questione di identità; non sarà possibile espellere tutti, ma riusciranno a spaventare molti, inducendoli ad accettare peggiori condizioni lavorative.
Entrambe le critiche, sia quella dei liberali che quella dei vecchi socialdemocratici, abbondano di banalità e superano tutte le implicazioni democratiche della questione. La democrazia è fondamentalmente inclusione, è la promessa di libertà senza esclusioni. Le politiche identitarie sono necessarie proprio se si vuole che la promessa democratica di uguaglianza e libertà sia reale per tutti. Le aspirazioni universali all’uguaglianza e alla libertà possono essere realizzate solo in virtù di ciò che includiamo sotto il termine di politica identitaria, che non è una stravaganza o un’ossessione passeggera, ma un elemento necessario della democrazia, di quella democrazia che deve continuamente riflettere sulle esclusioni e sulle discriminazioni che produce.
Naturalmente non si tratta di sostituire un’egemonia con un’altra. Le identità, comprese quelle rivendicate, quelle che derivano da un processo di emancipazione, possono finire per assumere le stesse forme essenzialiste conto le quali si erano ribellate, riproducendo al loro interno la stessa omogeneità che era stata imposta loro dall’esterno e che le aveva marginalizzate. Ci sono esclusioni nella stessa comunità omosessuale, così come viene messo in discussione il fatto che ci siano femministe liberali o versioni del nazionalismo periferico che adottano le stesse forme impositive del nazionalismo centrale a cui si oppongono. Il potenziale emancipatorio delle politiche identitarie andrebbe perduto se i loro destinatari fossero insensibili alle forme di emarginazione che possono riprodursi al loro interno.
© Daniel Innerarity, 2025
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