Ci sono libri che hanno radici ben piantate nella terra che ha dato i natali all’autore. Una cosa che viene assai facile agli scrittori che arrivano dal Sud America come Gabriel García Márquez, Julio Cortázar o Isabel Allende. E poi c’è il Premio Nobel Mario Vargas Llosa, morto un anno fa esattamente tra due giorni, dopo averci lasciato un patrimonio letterario che ha pochi eguali nella letteratura di quel continente. La giornalista e scrittrice Gabriella Saba, con questo In Perù con Vargas Llosa Storie di amore e odio di un Nobel inquieto, pubblicato da Giulio Perrone Editore, ci accompagna nei luoghi cari e più significativi dell’autore di capolavori assai identitari della letteratura latinoamericana. Gabriella Saba, cagliaritana con il cuore in America Latina, collabora con Il Venerdì di Repubblica, Il Fatto Millenium, Touring Club e altre riviste italiane e straniere. Ha viaggiato in lungo e in largo per il Sud America che ha raccontato in diversi libri con sguardo attento e appassionato. Attraversare il Perù di Mario Vargas Llosa non significa soltanto accompagnarlo negli itinerari dei suoi venti romanzi, quasi tutti ambientati in questo paesaggio o nei luoghi in cui si è definita la sua personalità. Vuol dire soprattutto ampliare la portata del rapporto che lo scrittore stabilì con il Perù oltre a quello puramente fisico, geografico e di nostalgia. Ne esce alla fine quasi un libro di viaggio – perché non gustare la cucina peruviana in uno dei ristoranti di Lima amati da Vargas Llosa? – un baedeker a tutto tondo che ci guida nel perimetro di un Paese e, ancora di più, in quello dell’anima dello scrittore. I libri di Mario Vargas Llosa, a partire dai suoi primi capolavori degli Anni Sessanta come La città e i cani, La Casa Verde, Conversazione nella Cattedrale sono architravi della letteratura di un continente intero. La sua copiosa produzione ha spaziato attraverso vari generi, dal giornalismo alla saggistica, al teatro. La sua narrativa è stata adattata per la televisione e il cinema. La maggioranza dei suoi romanzi è ambientata in Perù, nei quali approfondisce la società peruviana e il clima storico della dittatura militare del generale Odría. Viaggiatore instancabile e inquieto Vargas Llosa ha scritto di Brasile, Santo Domingo, Amazzonia, Guatemala. Ma è sul Perù che ha dato i natali a Vargas Llosa e fatto scoprire solo negli anni le sue origini familiari, che Gabriella Saba intreccia la sua scrittura con quella del grande autore peruviano. Il libro tocca tutte le corde della multiforme vita dello scrittore, raccontandoci il suo sguardo politico avverso alle troppe dittature, ma pure le grandi passioni di pancia dello scrittore, come la musica della Canción criolla e la cucina peruviana dai sapori forti, terreni fertili per le radici identitarie di un popolo. Fabio Poletti

Gabriella Saba
In Perù con Vargas Llosa
Storie di amore e odio di un Nobel inquieto
2026 Giulio Perrone Editore
pagine 132 euro 16

Per gentile concessione dell’autrice Gabriella Saba e di Giulio Perrone editore pubblichiamo un estratto dal libro In Perù con Vargas Llosa

Grigia. La Lima in cui si muove Vargas Llosa nei suoi libri è quasi sempre grigia. Un grigio polveroso o plumbeo
definisce il paesaggio, scolora le atmosfere e a volte, paradossalmente, le ravviva, ma non si tratta di un espediente letterario con una sua fittizia funzionalità estetica. Lima è grigia come Medellín è “la città dell’eterna
primavera” e Rio de Janeiro “la città meravigliosa” e la sua fisionomia è condizionata da quel colore che rimodula i quartieri e delinea le scogliere affacciate sul Pacifico.
Nella sola Conversazione nella «Catedral», uno dei capolavori del Nobel, le parole “grigio” e “nebbia” riferite al clima cittadino appaiono trenta volte e la pioggia sottile della costa, la famosa garúa, cade in questo o quel quartiere sette volte. Il sole, in compenso, salvo in estate, e cioè da dicembre ad aprile, è una presenza rara, e quando sbuca tra le nubi è come una sorpresa, un dono.
Chi ama Lima non vive quel colore con fastidio ma come un elemento strutturale, costitutivo, ma si può dire
che Vargas Llosa amasse Lima?
Il suo rapporto con la capitale è sempre stato tormentato, il suo legame altalenava tra struggimento e insofferenza e perfino nei ricordi, dove la lontananza fisica e temporale smorza di solito l’ostilità, la relazione resta
conflittuale.
“La Lima di quel tempo era ancora una città piccola, sicura, tranquilla e bugiarda”, racconta nel suo Diccionario
del amante de América Latina, pubblicato nel 2006, riferendosi alla capitale della sua adolescenza che in Conversazione
nella «Catedral» descrive come piccola rispetto al barrio in cui abita il protagonista.

Il mondo era piccolo, ma Lima grande e Miraflores infinito.

Eppure, già nei primi anni Sessanta, Lima era una città considerevole soprattutto se a paragone con altre capitali
dell’America Latina: un milione e ottocentoquarantamila abitanti che diventarono tre milioni e mezzo dieci anni dopo e che, anche se lontani dai dieci milioni e mezzo di oggi, erano abbastanza da rendere farraginosi gli spostamenti da un capo all’altro, un particolare su cui Vargas Llosa si sofferma spesso nei suoi libri: quando descrive per esempio la fatica di sobbarcarsi due o tre viaggi in tram e in autobus per arrivare da un quartiere all’altro, o quando parla delle relazioni che finiscono quando uno dei protagonisti si sposta in una zona più lontana rispetto
agli amici o alla banda. Più tardi, in Storia di Mayta, descriverà Lima come “putrida, desolata, brutta, infestata
dai topi e dagli scarafaggi”. Ma la descrizione è in questo caso la metafora, oltre che del sentimento dell’autore verso il suo Paese nei primi anni Ottanta in cui scrisse il libro, anche della capitale alla fine degli anni Cinquanta,
reduce dalla dittatura del generale Manuel Arturo Odría e del protagonista Mayta: oscuro trotskista realmente esistito ma trasformato in personaggio letterario, la cui rivoluzione infelice intrapresa a partire dal 1958 terminerà
con la prigione e l’oblio.
Dove comincia la Lima di Vargas Llosa?
Nei suoi romanzi, che ripetono tra dovizia autobiografica e finzione le avventure dell’autore, il bandolo
non è troppo lineare anche perché il bambino Mario si trasferisce nella capitale quando ha già undici anni e
sulla scia piuttosto sciagurata di vicissitudini familiari.
Vargas Llosa è nato ad Arequipa da una ragazza di classe media e da un avventuriero manesco e afflitto da
complessi sociali verso la famiglia della moglie, che abbandonò quando il figlio non era ancora nato.

Al futuro Nobel venne fatto credere che il padre fosse morto, tanto che prima di andare a letto, da bambino, dava la buona notte a “mi papacito que está en los cielos”.
I primi anni della vita, Vargas Llosa li trascorse tra Arequipa, la città boliviana di Cochabamba e Piura, salvo trasferirsi a Lima quando il padre si rifece vivo,
nel 1946 e la madre, sempre innamorata, tornò a vivere con lui nella metropoli regalando al figlio un’adolescenza
di violenze e umiliazioni che influirono pesantemente sul rapporto con il suo Paese.
È a partire dalla fine degli anni Quaranta che la biografia di Vargas Llosa irrompe nei suoi libri e compaiono, in una sorta di identificazione esistenziale, i paesaggi urbani dell’adolescenza e della gioventù: le zone benestanti in cui
viveva ma anche quelle scalcinate e popolari che frequentava quando lavorava come giornalista per «La Crónica», il quotidiano con cui cominciò a collaborare quando aveva appena sedici anni.
Forse è più facile cominciare il racconto del rapporto tra Lima e Mario Vargas Llosa dalla fine, da quel tramonto della vita che coincise con il ritorno nella capitale dopo trentadue anni di assenza che lo scrittore aveva trascorso tra Londra, Parigi e soprattutto Madrid.
Quando, nel dicembre del 2022, terminò la relazione con Isabel Preysler, la “regina di cuori” che aveva conosciuto nel 2015 e per cui aveva lasciato Patricia Llosa, la moglie di una vita e la madre dei suoi tre figli Álvaro, Mario Vargas Llosa,
Gonzalo e Morgana, scelse Lima per una vecchiaia serena, circondato dall’affetto della famiglia e della stessa
Llosa.
E il ritorno nella città della sua giovinezza coincise con il recupero della serenità che aveva perso, dicono gli amici, durante la scintillante e burrascosa relazione con Preysler, di cui lo scorso ottobre è stato pubblicato, con un certo scandalo, il libro di memorie, Mi verdadera historia, dove compaiono otto lettere che le mandò il Nobel e quella che gli scrisse lei per rompere la relazione.

© 2025 Giulio Perrone Editore S.r.l., Roma

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