In un Paese dove, anche dopo la caduta del Muro, i principali giornali si chiamano Pravda Verità e Izvestija Notizie, le parole contano e tanto. Non c’è regime, ma neppure alcun sistema di potere, anche i più liberali e democratici, che non abbia aggiornato il proprio vocabolario alla retorica governativa. Non sarà un caso se il sistema di messaggistica di Donald Trump si chiama Truth Verità come il principale quotidiano moscovita. Lasciamo perdere il tycoon che siede alla Casa Bianca e rivolgiamo il nostro sguardo alla Russia di Vladimir Putin, in cui ci introduce forte della sua lunga esperienza di analista e studioso Gian Piero Piretto, con questo Il paese di Putin pubblicato da Raffaello Cortina Editore. Gian Piero Piretto ha insegnato Cultura russa e Metodologia della cultura visuale all’Università degli Studi di Milano. Con Raffaello Cortina ha pubblicato Gli occhi di Stalin (2010), Quando c’era l’URSS (2018), Vagabondare a Berlino (2020), Eggs Benedict a Manhattan (2021) e L’ultimo spettacolo (2023). Il libro è una sorta di vocabolario aggiornato alla nuova identità politica russa. Sobórnost’, l’unione spirituale tra individui, prostór, lo spazio sconfinato che attraeva e respingeva con la sua immensità, stabíl’nost’, la stabilità e l’attendibilità di un sistema governativo: per secoli questi concetti hanno caratterizzato la letteratura, la filosofia e la memoria collettiva russa. Oggi quelle parole parlano un’altra lingua. Con sottile violenza la propaganda del potere le ha svuotate, travisate, trasformate in slogan. La spiritualità è diventata moralismo di Stato. L’identità popolare è stata ridotta a nazionalismo. La memoria si è ristretta a un mito glorioso, utile al presente. Gian Piero Piretto esplora qui venti parole chiave della cultura russa, evidenziandone il senso originario e mostrando come siano state reinterpretate e strumentalizzate dalla propaganda putiniana. Smonta stereotipi e narrazioni monolitiche, mette a confronto passato e presente e offre un ritratto inedito della Russia contemporanea, al di là delle manipolazioni ideologiche e dei cliché consolidati. Fabio Poletti

Gian Piero Piretto
Il paese di Putin
20 parole russe al servizio della propaganda
2026 Raffaello Cortina Editore
pagine 240 euro 19
Per gentile concessione dell’autore Gian Piero Piretto e di Raffaello Cortina Editore pubblichiamo un estratto dal libro Il paese di Putin
Il 9 novembre 2022 Putin ha pubblicato un decreto sull’approvazione dei fondamenti della politica statale per la conservazione e il rafforzamento dei valori spirituali e morali tradizionali russi. Sulla base di questo decreto,
l’essenza della nuova idea russa, che dovrebbe esprimere la natura peculiare della civiltà del Paese e distinguerla dagli altri agenti politici e culturali, si rivela chiaramente prima di tutto come glorificazione del potere statale presentato attraverso valori come “patriottismo, cittadinanza, servizio alla Patria e responsabilità per il suo destino”. Il secondo gruppo di valori sociali fondamentali è impostato sulla religione. In particolare, il concetto di duchóvnost’, nel suo significato originario di vita dello spirito, della preghiera, dell’umiltà che eleva l’individuo al di sopra della dimensione materiale. Nel discorso ufficiale dell’era putiniana duchóvnost’ è diventata una presunta civiltà spirituale alternativa, fondata su valori tradizionali, patriottismo, famiglia, religione e fedeltà allo Stato. Il terzo valore sociale è diviso tra collettivismo e famiglia “tradizionale”, fieramente definita nell’attuale Costituzione dello Stato del 2020 come esclusiva “unione di un uomo e una donna”, biologicamente intesa. Principi funzionali alla politica natalista, visto che il conflitto in Ucraina ha provocato decine di migliaia di vittime colpendo duramente la fascia riproduttiva della popolazione e che l’esodo di giovani, spesso istruiti e attivi, ha inciso profondamente insieme alla bassa natalità degli anni Novanta. A questo si rifà la recente politica di sostegno/incentivo alle gravidanze delle studentesse di scuola primaria o secondaria, la proposta di introdurre una tassa sul celibato per trenta milioni di uomini single e senza figli e la conseguente demonizzazione dell’aborto, caldamente sostenuta dalla Chiesa ortodossa. È stata approvata una legge che vieta la diffusione di informazioni neutrali o positive sul non avere figli (stile di vita childfree) nei media, pubblicità, Internet, film. Le sanzioni sono pesanti: fino a milioni di rubli per le aziende, multe anche per gli individui, e per i cittadini stranieri rischio di espulsione. Addirittura, il popolarissimo cartone animato Masha e Orso, su iniziativa di Olég Roj, scrittore pressoché sconosciuto e di un certo attivista sociale, Vadím Popóv, fedeli proseliti di Putin, dovrebbe essere bannato in quanto contiene una “moltitudine di significati dannosi, in contrasto con
i valori tradizionali russi”, in particolare la bambina che, vivendo da sola, “è troppo emancipata e mostra uno strano e pericoloso modello di allontanamento e autonomia dalla famiglia” e inoltre induce timore negli animali del bosco. Sarebbe forse utile ricordare ai due zelanti attivisti che moltissimi personaggi di fiabe e folklore facenti parte della più specchiata tradizione russa brillavano per anomalie familiari e fantasiose relazioni con animali e spiriti immaginifici.
Tali posizioni reazionarie possono essere facilmente ricondotte, in maniera solo leggermente ritoccata, alla formulazione del 1833 del diplomatico e poi ministro dell’Istruzione Sergéj Uvárov (1786-1855), sostenitore del regime autocratico di Nicola i (1796-1855), vale a dire “monarchia, ortodossia e spirito del popolo”. Principio ideologico ufficiale dell’impero zarista, scalfito soltanto dalla Rivoluzione d’ottobre, e tornato in auge in era putiniana. Lo spirito del popolo (naródnost’) è tale in quanto spiritualmente puro; l’ortodossia è garante della moralità pubblica, e il potere imperiale si giustifica non solo con la forza, ma con la missione salvifica. Si tratta, insomma, di autentica teologia politica. L’“Occidente collettivo”, generalizzato fino all’indeterminatezza, diventa il fattore negativo dominante nella costituzione della nuova identità russa. Tuttavia, questa “idea russa” dello Stato ha anche un carattere protettivo nella posizione di allontanamento e isolamento dall’Oc-cidente creata dalle autorità. Nel linguaggio putiniano, la geopolitica diventa geografia spirituale: ciò che è “russo” deve essere “liberato”, non solo fisicamente ma anche moralmente, e ricondotto all’ordine. La protezione dei “compatrioti” o del “mondo russo” viene usata per giustificare ingerenze, destabilizzazioni e guerre, in Ucraina come in Georgia, in Transnistria, fino ai Paesi baltici.
Alla base della “moralizzazione” condotta da Putin stanno principalmente le teorizzazioni di Dúgin relative al ritorno a valori tradizionali, religiosi, patriarcali, radicati nella fede ortodossa e nella cultura russa arcaica, le sue posizioni palesemente antidemocratiche, antiliberali, anti-individualiste. L’Occidente è corrotto e decadente e l’eurasismo è chiamato a controbilanciare il dominio americano. Secondo Dúgin, a differenza degli slavofili ottocenteschi, la missione russa è geopolitica, militare e imperiale: deve guidare un blocco eurasiatico contro l’Occidente atlantista. La Russia ha il destino storico di guidare questo blocco continentale, che comprende l’Asia centrale, parti dell’Europa orientale e altre regioni ex sovietiche.
Espansione e dominio geopolitico sono i mezzi necessari per affermare l’identità russa e per realizzarla è necessaria la lotta, guerra compresa. Gli interventi in Georgia (2008), Crimea (2014), Ucraina (2022) rispondono a una
logica di restaurazione dell’influenza russa, vista come missione storica. Il popolo, oggi ridotto allo stato di massa, è il veicolo per ottenere questo risultato: mobilitazione massiccia, arruolamenti, culto della morte per giustificare le immani perdite umane nel conflitto.
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