In principio fu Niccolò Macchiavelli a spiegarci Il Principe. Ma di tiranni la storia ne è piena, in ogni epoca, ad ogni latitudine. Donald Trump negli Usa e Kim Jong-un in Corea del Nord hanno più di qualcosa in comune, anche i sudditi che li venerano o li criticano, a seconda del momento. Perché alla fine, la paura del tiranno di essere rovesciato e quella del popolo che teme di essere oppresso, sono figli della stessa cultura, due lati dello stesso specchio talvolta deformato. René Girard, in questo Il desiderio di tirannia pubblicato da Raffaello Cortina, analizza il potere attraverso queste due facce, attingendo alla storia e alla filosofia, mettendo a confronto la tragedia greca e il profetismo ebraico. René Girard (1923-2015), antropologo, membro dell’Académie française, è stato uno degli intellettuali più autorevoli del nostro tempo. Nel 1947, si trasferisce negli Stati Uniti grazie all’assegnazione di una borsa di studio, dopo il dottorato in storia presso l’Università dell’Indiana, insegnerà alla Duke University, al Bryn Mawr College, alla Johns Hopkins e dal 1981 fino al suo ritiro nel 1995 all’Università di Stanford, dove ha risieduto fino alla morte. In questo libro, che raccoglie diverse riflessioni pubblicate in vari libri, René Girard parte da una constatazione. Che la tirannia sia spesso la risposta del potere al caos, soprattutto sociale, dove il popolo si consuma in invidie senza fine, anteponendo il proprio sé al bene comune. Al tiranno il compito di cancellare il caos, imponendo un modello da seguire, comune e accettato da tutti. Almeno all’inizio, perché il passaggio al rifiuto generalizzato di quel modello, secondo René Girard è solo questione di tempo: «La tirannia è caratterizzata essenzialmente dall’instabilità. In un attimo, il primo che capita sale in vetta al potere ma ruzzola giù con altrettanta velocità per essere sostituito da uno dei suoi avversari. C’è sempre un tiranno e sempre degli oppressi, insomma, ma i ruoli si alternano». Da Giulio Cesare a Napoleone Bonaparte, da Benito Mussolini ai dittatori ruzzolati nella polvere degli ultimi decenni, il destino sembra sempre essere quello. Speculare a quello di noi sudditi. Fabio Poletti

René Girard
Il desiderio di tirannia
Traduzione parti inedite Elena Muceni
2026 Raffaello Cortina
pagine 136 euro 14
Per gentile concessione dell’editore Raffaello Cortina pubblichiamo un estratto dal libro Il desiderio di tirannia
Il potere si insedia
In tutte le istituzioni umane, si tratta innanzitutto e sempre di riprodurre, per il tramite di nuove vittime, un linciaggio riconciliatore. Nella sua qualità di fonte apparente di ogni discordia e di ogni concordia, la vittima originaria gode di un prestigio sovrumano e terrificante. Le vittime che la sostituiscono ereditano questo prestigio. È in tale prestigio che bisogna ricercare il principio di ogni sovranità politica e religiosa. Perché il rituale produca una istituzione po- litica, un potere monarchico, e non forme sacrificali ordinarie, quelle qualificate come “propriamente dette”, che cosa deve accadere? È necessario e sufficiente che la vittima approfitti di un eventuale rinvio dell’immolazione per trasformare in potere effettivo la venerazione atterrita che le portano i suoi fedeli. Ci si può allora aspettare che l’intervallo tra la scelta della vittima e il sacrificio tenda molto rapidamente a prolungarsi. E questo prolungamento, in compenso, permetterà alla futura vittima di assicurarsi una influenza sempre più reale sulla comunità. Deve arrivare il momento in cui questa influenza è così effettiva, la sottomissione della comunità così servile, che il sacrificio reale del monarca diviene di fatto impossibile se non ancora impensabile. Il rapporto tra il sacrificio e la monarchia è troppo stretto per sciogliersi di colpo, ma si modifica. Essendo il sacrificio sempre sostitutivo, è sempre possibile operare una nuova sostituzione, sacrificare solo il sostituto di un sostituto. Può anche accadere, a quanto pare, come nel caso del Jalno tibetano menzionato da Frazer, che il sostituto del sostituto acquisti troppa potenza reale per essere sacrificato e lui stesso abbia bisogno di un sostituto.6 Il sacrificio, in ogni caso, è sempre più respinto ai margini dell’istituzione. Alla fine scompare. L’evoluzione verso la monarchia moderna, la mo narchia “propriamente detta”, è compiuta.
“Unico astro fisso del firmamento”
Non bisogna pensare che, essendo molto severo con i cospiratori, da un punto di vista politico Shakespeare sia dalla parte di Cesare. A prima vista, egli appare senza dubbio più generoso e gentile dei suoi nemici: mentre Bruto odia Cesare tanto quanto lo ama, l’amore di Cesare per Bruto è privo di odio. Ma Cesare può permettersi di essere generoso: né Bruto né qualsiasi altro romano può contrastarlo in alcun modo. Ciò tuttavia non basta per dimostrare che sia al di sopra della legge mimetica. La mattina dell’assassinio, dapprima dà ascolto a un consiglio della moglie, che aveva sognato la sua morte violenta, e decide di non recarsi in Senato; ma quando Decio reinterpreta il sogno diversamente, ci ripensa. Poche parole di adulazione da parte di uno dei cospiratori bastano per fargli cambiare opinione. Egli è diventato una vera banderuola mimetica. Più il dittatore si innalza al di sopra degli altri uomini, più si sente soggettivamente autonomo, e meno lo è nei fatti. Nell’attimo cruciale, proprio prima di cadere sotto i colpi dei cospiratori, in un accesso di esaltazione e di arroganza paragona se stesso alla stella polare, l’unico astro fisso del firmamento. La sua fatuità non è meno ingannevole di ciò che a essa corrisponde nelle commedie, cioè a dire lo pseudo-narcisismo. Più il nostro orgoglio mimetico è intenso, più diventa fragile, anche in senso puramente fisico. Proprio come la folla e gli stessi cospiratori, Cesare è un esempio di quello che accade agli uomini presi nella crisi del Degree. Il suo buonsenso lo ha abbandonato, come abbandonerà Bruto pochi attimi dopo. La fine del Degree determina il deterioramento qualitativo di tutti i desideri. Invece di sentirsi nevroticamente inferiore, come i suoi rivali sfortunati, Cesare si sente nevroticamente superiore. I suoi sintomi sembrerebbero del tutto diversi dai loro, ma ciò è dovuto solo alla sua posizione all’interno di una fragile struttura mimetica. Se le loro rispettive situazioni fossero state le stesse, Cesare e Bruto sarebbero dei doppi non solo sul piano del desiderio, ma anche in pratica: se, in rapporto a una persona qualunque, Cesare si trovasse nella posizione in cui Bruto si trova nei suoi confronti, lui pure sarebbe tentato di partecipare a una congiura contro quella persona.
La vittima sepolta
Perché in certe culture le vittime si seppelliscono sotto mucchi di pietre a cui viene spesso data una forma piramidale? Questa usanza può essere spiegata riconducendola alle lapidazioni rituali. Lapidare una vittima significa ricoprire il suo corpo di pietre: quando si gettano molte pietre su qualcuno, le pietre, oltre a ucciderlo, assumono nel modo più naturale la forma troncoconica del tumulo che si ritrova, resa più o meno geometrica, nelle piramidi sacrificali o funerarie di molti popoli, a cominciare dagli Egizi, presso i quali le sepolture hanno dapprima la forma di una piramide tronca, e solo più tardi di una piramide cuspidata. La tomba viene introdotta a partire dal momento in cui il costume di ricoprire i cadaveri di pietre si diffonde indipendentemente dalle lapidazioni. Come si può immaginare l’origine rituale del potere politico? Per il tramite di quelle che si chiamano monarchie sacre, che vanno concepite anch’esse come una modifica, inizialmente minima, del sacrificio rituale. Per ottenere un re sacro, si scelga una vittima intelligente e autoritaria, e anziché sacrificarla su-bito, se ne rimandi l’immolazione, lasciando cuocere a fuoco lento questa vittima nel calderone delle rivalità mimetiche. L’autorità religiosa che le è conferita dal suo sacrificio futuro permette a questa vittima, non di “prendere” un potere che ancora non esiste, ma letteralmente di forgiarlo. La venerazione che ispira il sacrificio cui è destinata si trasforma progressivamente in potere “politico”. Si può paragonare la dimensione propriamente religiosa a un liquido amniotico, a una placenta originaria di cui i riti si sbarazzano con il tempo per trasformarsi in istituzioni deritualizzate. Le ripetizioni dei sacrifici sono i numerosi colpi di lingua con cui mamma orso ripulisce i propri orsacchiotti e li rende presentabili in società. La vera guida dell’umanità non è una ragio-ne disincarnata, bensì il rituale, le cui ripetizioni innumerevoli modellano a poco a poco quelle istituzioni che gli uomini crederanno più tardi di aver inventato ex nihilo, quando invece è la religione ad averle inventate per loro. Le società umane sono il risultato dei processi mimetici disciplinati dal rito. Gli uomini sanno benissimo di non essere in grado di padroneggiare le loro rivalità mimetiche con i propri mezzi, ed è questo il motivo per cui attribuiscono tale potere alle loro vittime, che essi scambiano per divinità. Da un punto di vista strettamente fattuale, hanno torto, ma, in un senso più profondo, hanno ragione. L’umanità – io credo – è figlia della religione.
Titolo originale Le désir de tyrannie
© Éditions Grasset & Fasquelle, 2026
© 2026 Raffaello Cortina Editore


