Ci puoi mettere tutto l’impegno che vuoi, ma ci sono cicatrici della vita di prima a ricordarti quello che sei stato e soprattutto quello che sarai. Nazim a quarant’anni crede di essere quasi arrivato. Aver lasciato Westmarkt, il quartiere degli immigrati di origini turche come lui, senza essersi perso nello sballo e nello spaccio, è già un gran successo. Di professione è investigatore privato, specializzato nel darknet, il luogo oscuro dove tutto può accadere. L’incontro con un figlio diciassettenne che non sapeva di avere, frutto del peccato di una notte, lo riporta indietro nel tempo e nello spazio. Il ragazzino ha commesso piccoli reati, racimola soldi spacciando in strada, ma soprattutto ha tirato un bidone a un boss a cui non ha pagato il carico di roba. Ed ora il boss lo cerca, con intenzioni poco amichevoli. Selim Őzdogăn è uno scrittore tedesco di origine turca pluripremiato. Con questo I sogni degli altri, pubblicato dall’editore Emons, ha realizzato un’opera scandita anche nella scrittura dalla musica rap, tutto nervi scoperti e sangue. In quel ragazzino che deve imparare a conoscere assai in fretta ritrova sé stesso, di quando dodicenne lo beccarono per aver rubato del cioccolato in un negozio. Un lusso, lui che a casa non aveva nemmeno la pasta, il piatto dei poveri di tutto il mondo, che gli sarebbe costato caro. Ma che alla fine gli sarebbe servito per raddrizzargli pure la vita e fuggire da Westmarkt, il quartiere che è una bomba sociale sempre sul punto di esplodere, abitato da immigrati e da tedeschi che credono che gli immigrati siano all’origine di tutti i mali del mondo. Nel libro ci sono i rimpianti di ciò che è stato e che mai potrà essere, c’è la speranza per un futuro di condivisione con gli affetti della famiglia, strana sì, ma pur sempre famiglia e ci sono le scelte che ogni persona deve compiere per andare avanti e costruirsi un avvenire migliore rispetto all’esperienza dei propri genitori. Da leggere rigorosamente con la playlist tutta rap che la casa editrice Emons ha realizzato su Spotify. Fabio PolettiSelim Özdogan
I sogni degli altri
Un’indagine a passo di rap sulla darknettraduzione di Monica Pesetti2021 Emonspagine 280 euro 15 ebook euro 9,95
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Per gentile concessione dell’autore Selim Özdogan e dell’editore Emons pubblichiamo un estratto dal libro I sogni degli altri.Stare alla larga dagli altri. Pensavo che sarebbe servito. Ed è servito, per anni è servito.Ma ora… Pensavo mentisse. Che razza di storia era quella? Non le avresti creduto neppure tu.Me la ricordo, quella sera. Me ne ero già andato da Westmarkt, e non c’era sangue sulle mie mani, ma nessuno ne usciva pulito.Ero seduto in tram, ed è salito Kamber. Ero così felice quando l’ho riconosciuto. Non ci vedevamo da un sacco di tempo. Sembrava incredibile incontrarlo proprio lì, non era un tipo da tram. Ci siamo abbracciati a lungo, e quando ci siamo staccati probabilmente avevo gli occhi lucidi, e anche lui. Stava andando da Kerim, poi siamo passati a prendere Paster e siamo finiti tutti e quattro al Chronic, dove mettevano Dre, Gang Starr, Snoop, Geto Boys, R. Kelly e Wu-Tang.Ne ero fuori, non stavo più con Rahel, ma ne ero fuori. Ed era bellissimo esserci di nuovo, farne parte. Lì non ero quello che aveva sempre l’erba migliore, quello che non studiava all’università, quello che ascoltava solo hip hop e non sapeva niente di tutto il resto. Lì ero soltanto Nizar, insieme a dei ragazzi che mi guardavano le spalle quando c’erano delle noie. E prima o poi delle noie c’erano sempre, quando eri insieme a quei ragazzi.Un paio di bicchieri, un paio di canne, un paio di strisce e quella musica, mi sentivo bene. A un certo punto, dopo mezzanotte, io e Kamber eravamo davanti ai bagni, e il suo Motorola ha iniziato a suonare, lui ha risposto, ha detto due o tre volte sì e poi: “Arrivo subito.”“Affari,” mi ha detto. “Devo andare. Ci vediamo.”Ci siamo abbracciati, e solo dopo che se n’era andato ho rimorchiato Ayleen, Ayleen con la sua vocetta stridula e il grosso fondoschiena che agitava al ritmo della musica. A fine serata ci siamo spogliati sul mio letto.Non ricordo nessun addio né di esserci scambiati il numero di telefono. Non le ho parlato per diciassette anni, ho solamente avuto qualche sua notizia ogni tanto. Ero lontano. Molto, molto lontano nella stessa città.E a un tratto mi chiama e mi dice che abbiamo un figlio. Che fino a poco tempo prima lui credeva che il marito di Ayleen fosse suo padre. Che marinava la scuola, che non le diceva più niente, che lei non sapeva chi frequentava, che lui cercava di continuo la lite, soprattutto con il patrigno, che lei aveva paura che una volta o l’altra uno dei due diventasse violento, che non sapeva più dove sbattere la testa e perciò gli aveva raccontato la verità. Il ragazzo non sapeva chi era. Qualcuno doveva aiutarlo.Naturalmente non ci ho creduto. Non ci avresti creduto nemmeno tu. Ho pensato fosse convinta che avevo fatto i soldi. Ho immaginato che sperasse di ricavarne qualcosa. So da dove viene, è ovvio che non le abbia creduto.Ho pensato che se avessi avuto un figlio in un modo o nell’altro lo avrei sentito. Ero sicuro che non fosse mio. Solo il risultato del test è riuscito a convincermi.Stare alla larga dagli altri. Ma non puoi essere più vicino di così a qualcuno, se ci hai fatto insieme un figlio. Un figlio. Era lì, ce l’avevo davanti. Jeans neri stretti sui polpacci, maglietta Nike, Jordan 33 ai piedi, berretto Iriedaily. Mascherava l’insicurezza meglio di me.“Parla con lui,” mi aveva chiesto Ayleen. “Non importa cosa gli dici, che consigli gli dai. Voglio solo che non si azzuffi con Sami, che non si facciano male.”Continuavo a pensare che non mi somigliasse. Neanche un po’. Ma i risultati del test non erano stati falsificati, Ayleen non ne sarebbe stata capace. Sembrava che non avesse preso molto nemmeno da lei, non aveva lo stesso viso rotondo, il suo era sottile e con il mento appuntito. Era bello, di sicuro il suo aspetto non lasciava indifferenti le ragazze, comprese quelle più grandi.Quando mi ha dato la mano, ha allungato il braccio con un ampio movimento della spalla, come fossimo amici che si conoscevano da una vita.“Lesane,” disse.“Nizar,” dissi.“Perché ci siamo incontrati qui?”“Volevo bere qualcosa.”Feci un cenno con la testa.“Lì? Perché?”“Non lo so. Campo neutro, forse.”“Un bar per tardone bionde? Sono tutte mezze morte.” “Esatto. Noi due però no. Entriamo.”Non è mai puntuale, aveva detto Ayleen, ma avevo aspettato solo dieci minuti. E non avevo fumato, anche se per la prima volta da anni mi era tornato in mente.Mi sedetti e appoggiai le mani sul tavolo. Maledizione, da quanto non ero così nervoso? Come avevo fatto spesso negli ultimi giorni, riflettei su come ero io alla sua età. Chi ero quando uscì Regulate… G Funk Era? Illmatic, Tical, Direkt aus Rödelheim, Murder Was the Case, Southernplayalisticadillacmuzik. Ricordavo gli album, ricordavo la gioia, le ore al parco giochi, le possibilità che mi si aprivano davanti. Ricordavo quanto era grande il mondo e quanto grandi i miei sogni. Ma ricordavo anche quanto mi ero ritrovato in versi tristi, You don’t see what I see, every day as Warren G, You don’t hear what I hear, but it’s so hard to live through these years. Quanto dolore c’era stato nella gioia e nelle possibilità. Ricordavo come avevo rimediato insieme a Kamber i soldi per comprarmi le ultime Jordan, lo Spalding, la PlayStation e le altre cose importanti allora.“Bella mossa da parte di tua madre, tenercelo nascosto così a lungo,” commentai.“E pretende anche di insegnarmi a non mentire,” disse lui.Arrivò il cameriere, io ordinai un caffè e Lesane una Coca, dopo aver chiesto in un primo momento un energy drink.A quel punto non sapevo già più cosa dire. Forse nessuno lo sa. Per tutto quel tempo ero riuscito a non farmi coinvolgere e adesso c’ero dentro con tutte le scarpe.Titolo originale: Der die Träume hört© Edition Nautilus, Hamburg 2019Tutti i diritti riservati© 2021 Emons Verlag GmbH

