«Perché non proviamo la stessa empatia per i morti che in qualche modo “non ci appartengono”? Al di là della nazionalità, è il prossimo che è scomparso dall’orizzonte dei nostri interessi più intimi. Viviamo un progressivo allontanamento che gli individui contemporanei stanno manifestando gli uni nei confronti degli altri». Marco Aime e Federico Faloppa, questa domanda e questa riflessione, la scrivono direttamente sulla copertina de I morti degli altri, il loro libro pubblicato da Einaudi. Marco Aime insegna Antropologia culturale all’Università di Genova. Federico Faloppa è professore ordinario di Language and discrimination presso l’Università di Reading (Regno Unito). È tra i fondatori della «Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio» (www.retecontrolodio.org), ed è consulente del Consiglio d’Europa, per cui ha coordinato tra l’altro lo Study on preventing and combating hate speech in times of crisis (2023). Lo spunto per questo libro è legato alla cronaca che ci travolge. Nel 2015 i jihadisti diedero l’assalto alla redazione del giornale satirico parigino Charlie Hebdo, uccidendo dodici persone. Negli stessi giorni gli integralisti di Boko Haram rasero al suolo una ventina di villaggi uccidendo duemila persone in Nigeria. Per i giornalisti di Charlie Hebdo il mondo intero scese in piazza commosso. I morti in Nigeria passarono quasi sotto silenzio. Il problema è che noi occidentali abbiamo un’alta considerazione di noi stessi, ma trattiamo con sufficienza chiunque non venga dal nostro mondo. Una responsabilità, anche politica, viene dai media. Sottolineare il numero dei morti italiani, come è successo nel recentissimo terremoto in Venezuela, non è il finto riconoscimento di una identità di valori che ci accomuna nel dolore, ma è solo la classificazione delle vittime tra serie A e serie B. Non è un caso allora se dei migranti che muoiono nel Mediterraneo abbiamo solo un numero, spesso approssimativo, e mai un nome o una storia. Ma c’è un problema in più, secondo Marco Aime e Federico Faloppa, che guardano a questi problemi con il doppio sguardo del sociologo e del linguista. Ripiegati sui nostri smartphone, bombardati di messaggi e reel dove vediamo la morte in differita senza censure, siamo anestetizzati di fronte al dolore altrui. Ogni vittima, di una strage un terremoto o una catastrofe naturale, è solo la rappresentazione reale di un’altra morte che abbiamo visto al cinema o in televisione. Abituati come siamo alla morte nelle nostre vite, dalla guerra in Vietnam la prima raccontata in diretta, alle Torri Gemelle dove abbiamo visto morite senza nemmeno il filtro della differita, siamo entrati in una overdose di morte che ci ha reso insensibili, come anestetizzati. Ci sono le eccezioni. La foto del piccolo Ālān Kurdî, il bambino migrante siriano con la maglietta rossa e i pantaloncini blu morto su una spiaggia dopo un naufragio, ha fatto il giro e commosso il mondo. Perché nel nostro immaginario i bambini sono di tutti, e dunque pure nostri. In questo libro Marco Aime e Federico Faloppa, ci mostrano dunque che il problema sta non in ciò che vediamo, ma nel modo in cui decidiamo di guardare. Da questo libro non arrivano risposte ai nostri interrogativi o facili soluzioni. Solo l’invito a riflettere, almeno una volta, su quelli che sono i limiti della nostra umanità, talvolta superficialmente distratta. Fabio Poletti

Marco Aime Federico Faloppa
I morti degli altri
2025 Einaudi
pagine 176 euro 13

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