Le immagini del Parlamento danese che scoppia a ridere dopo la proposta di Donald Trump di comperare la Groenlandia hanno fatto il giro del mondo. Ma c’è poco da ridere, conoscendo l’estro, diciamo così, dell’attuale inquilino della Casa Bianca, arrivato a minacciare l’invasione di quell’enorme Paese semi abitato ai confini Nord del mondo. Tanto interesse dell’amministrazione Usa non è dovuta solo alla posizione strategica della Groenlandia, il punto di congiunzione tra Atlantico e Pacifico, il mitico Passaggio a Nord Ovest esplorato per primo dal norvegese Roald Amundsen solo nel 1906, ma pure al fatto che è una terra ricca di petrolio e altre risorse energetiche e terre rare, che fa gola a molti, non solo gli Stati Uniti, ma pure Cina e Russia. Luca Sebastiani e Leonardo Parigi, autori di questo Groenlandia/Nuuk pubblicato da Paesi Edizioni, hanno raccolto testimonianze dirette e interviste esclusive, raccontando lo spirito degli Inuit, che dopo la lunga e travagliata dominazione danese non hanno intenzione di consegnarsi a una nuova potenza colonizzatrice. Luca Sebastiani, giornalista del quotidiano Domani, si occupa di esteri e politica. Ha una laurea in Storia e un master in Geopolitica e Sicurezza globale, ha scritto per vari centri studi. Leonardo Parigi, giornalista specializzato in economia marittima e affari esteri, è il fondatore e coordinatore di Osservatorio Artico, la prima rivista italiana dedicata alla regione polare. Nel 1867, dopo aver acquistato l’Alaska dalla Russia, il segretario di Stato americano William H. Seward guidò le negoziazioni per acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, ma non riuscì a raggiungere alcun accordo. Durante la Seconda guerra mondiale, dopo che la Germania nazista aveva occupato la Danimarca continentale, gli Stati Uniti invasero la Groenlandia, stabilendo stazioni militari e radiofoniche in tutto il territorio. E nel 1946, si offrirono di pagare l’equivalente di 1,2 miliardi di dollari di oggi per acquisirne il territorio, ritenendolo vitale per la sicurezza nazionale. Anche allora, il governo danese rifiutò. Oggi è Donald Trump a volerci riprovare ma fino ad ora si è trovato davanti un muro di ghiaccio. Fabio Poletti

 

Luca Sebastiani e Leonardo Parigi
Groenlandia/Nuuk
Chi vuole rompere il ghiaccio. Viaggio ai confini del Grande Nord
Luca Sebastiani e Leonardo Parigi
2026 Paesi Edizioni
pagine 152 euro 15

Per gentile concessione degli autori Luca Sebastiani e Leonardo Parigi e di Paesi Edizioni pubblichiamo un estratto dal libro Groenlandia/Nuuk

Gli occhi del mondo

Tutti sono ben consapevoli dei piani degli USA per annettere la Groenlandia. È profondamente sbagliato credere che si tratti di una sorta di discorso stravagante della nuova amministrazione americana
Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa

Si potrebbe dire che non esiste altra storia per la Groenlandia, se non essere oggetto di interessi stranieri. Fin da quando Erik il Rosso, alla fine del Novecento, chiamò l’isola Groenlandia («Terra verde») come espediente strategico per attrarre coloni vichinghi, nonostante l’80 per cento del territorio fosse coperto dai ghiacci. Nelle saghe medievali è narrato di come il Rosso promosse l’immagine di un’isola fertile per convincere circa quattrocento persone a seguirlo, anche se solo le coste meridionali offrivano pascoli durante un periodo climatico più favorevole. L’insediamento di Erik, dopo essere cresciuto ed essersi ampliato vantando anche un vescovado a Garðar – antica capitale degli insediamenti norvegesi sull’isola nei pressi dell’odierna Igaliku – scomparve nel nulla.
Servì un balzo temporale al XVIII secolo e l’arrivo dei coloni norvegesi per fondare Godthåb, oggi Nuuk, che dopo la cessione della Norvegia alla Svezia rimase in capo alla Danimarca. Un pos- sesso sempre straniero e lontano, al di là del mare, che mai si è tradotto in autonomia assoluta. Il pastore Hans Egede, missionario luterano norvegese al servizio della Danimarca, guidò la spedizione e stabilì la missione principale nell’insediamento. La crescita sociale, economica e politica del luogo è stata lenta e circoscritta, lontana dal resto del pianeta. Fino a oggi.
Gli Stati Uniti guardano con grande interesse alla Groenlandia, tanto da ipotizzare di farla diventare il 51esimo Stato americano. Ci sono diversi aspetti da considerare dietro questa ambizione. Fra tutti, il fatto che la Groenlandia è il primo bastione di terra emersa che si affaccia direttamente verso le coste della Federazione Russa. Con tutte le differenze del caso, rappresenta un avamposto strategico di incredibile potenza, che insiste su un mare in espansione. Così come la penisola di Kola è la fortezza militare settentrionale della Russia, divisa per 1.800 chilometri di foreste dalla Finlandia, una Groenlandia istituzionalmente americana sarebbe un baluardo visivo di prepotente importanza.
Ma il terreno della contesa non è solo questo. Carta geografica alla mano, gli oltre 40.000 chilometri di costa groenlandese sono sicuramente stuzzicanti per nazioni che guardano alla regione come a un baule che nasconde meraviglie. Tra tesori di idrocarburi e metalli, e gioielli come rotte marittime commerciali, pesca e turismo.
Tuttavia, c’è anche qualcosa che le carte geografiche, almeno la maggior parte, fanno fatica a individuare: la Dorsale di Lomonosov, una catena montuosa sottomarina nel Mar Glaciale Artico che attraversa praticamente tutto il bacino acqueo che separa il Mare di Ciukci e il Mare di Laptev da quello di Lincoln e dal Mare della Groenlandia. Geologicamente, è una struttura di tipo crostale che si estende per circa 1.800 chilometri, con larghezze variabili tra i 60 e i 200 chilometri, e con un’altezza media di circa 1.000-3.000 metri sopra il fondale circostante. Tradotto in interessi politi- ci, la dorsale è al centro di un dibattito scientifico e legale, fondamentale per capire le future implicazioni di cosa potrebbe accadere anche dalle parti di Nuuk.
Diversi Stati artici, in particolare Russia, Danimarca e Canada, sostengono che faccia parte della propria piattaforma continentale, e quindi potrebbe rientrare nei loro diritti esclusivi di sfruttamento del fondale e delle risorse minerarie, come stabilito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. Mosca, che ha una concezione rigida sull’Artico ritenendolo una sorta di suo «giardino di casa» visti i circa 24mila chilometri di coste artiche che possiede, ha presentato una richiesta alla Commissione dell’ONU sui limiti della piattaforma continentale, sostenendo che Lomonosov – nome che deriva da Mikhail Vasil’evič Lomonosov, luminare delle scienze russo del Settecento – sia un’estensione naturale del suo piatto continentale artico. Danimarca e Canada, ça va sans dire, avanzano rivendicazioni sovrapposte.
L’accettazione parziale di questa richiesta da parte della Commissione ONU nel 2023 non significa tuttavia che la Russia «possegga» tutto ciò che si trova sotto e sopra il mare, come se fosse territorio marittimo totalmente sovrano. Piuttosto, riconosce a Mosca diritti economici sul fondo marino e sul sottosuolo, non sulle acque sovrastanti. In altre parole, al Cremlino viene consentito di sfruttare risorse minerarie e idrocarburi fino a circa 1,7 milioni di chilometri quadrati nel Mar Glaciale Artico, inclusi gli archi sottomarini come Lomonosov e la cresta di Mendeleev. Non può invece rivendicare né il controllo esclusivo della superficie marina né può impedire il passaggio o la navigazione di imbarcazioni appartenenti ad altre nazioni.
Dal punto di vista del diritto internazionale, la piattaforma continentale estesa garantisce dunque poteri limitati per lo sfruttamento economico, senza trasformare l’area in spazio territoriale in senso classico. Le raccomandazioni delle Nazioni Unite, basate su criteri geologici e batimetrici, sono per certi versi vincolanti ma non equivalgono a una so- vranità politica piena. Rimangono uno strumento tecnico-legale per legittimare l’estrazione delle risorse, ma non la militarizzazione indiscriminata o
l’espansione territoriale.

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