Sembra passato un secolo dagli Anni Settanta, forse il decennio culturalmente più vivace del secolo breve. Il mondo è profondamente cambiato, è diventato digitale, la modernità fa passi da gigante. Nel secolo veloce, solo una cosa sembra marciare al rallentatore: la condizione della donna. Doppiamente al rallentatore se si pensa alle donne impegnate in agricoltura, a coltivare i campi e le vigne o ad allevare gli animali. L’editore Nottetempo ripropone un testo fondamentale di quegli anni, un’inchiesta sul campo della scrittrice Armanda Guiducci. Scritto vent’anni dopo La malora di Beppe Fenoglio e a pochi dalle inchieste di Pier Paolo Pasolini, questo Destini senza voce riaccende, anche cinquant’anni dopo, i riflettori su un universo femminile troppe volte dimenticato a volte colpevolmente.
Armanda Guiducci, 1923-1992, è stata autrice, traduttrice di Virginia Wolf e critica. Direttrice della rivista Ragionamenti ed esperta di antropologia, si è occupata per decenni della condizione delle donne, scrivendo opere decisive ancora oggi nel panorama del femminismo italiano. Pubblicato per la prima volta nel 1977 questo Destini senza voce dà la parola alle donne contadine, piegate dal lavoro nei campi, lontane dalle narrazioni urbane. Armanda Guiducci incontra donne custodi di una cultura magica e di pratiche medicinali popolari, altre che portano con sé il peso di una migrazione dolorosa, altre ancora ostili e sfuggenti, chiuse in una solitudine radicale ma tutte dotate di una profonda lucidità. Ne nasce un atto di denuncia che illumina un’Italia nascosta e ci ricorda che nessuna liberazione è completa se lascia indietro chi sta in ombra. A distanza di quasi cinquant’anni, Destini senza voce (originariamente intitolato in modo volutamente provocatorio La donna non è gente) continua a scuotere le coscienze: ci interroga sulle esclusioni che persistono ancora oggi, e ci invita a trasformare l’indignazione in memoria e azione, perché nessuno possa dire di non aver saputo. Fabio Poletti

Armanda Guiducci
Destini senza voce
La vita emarginata delle più oppresse
2026 Nottetempo
Per gentile concessione dell’editore Nottetempo pubblichiamo un estratto dal libro Destini senza voce
Zita
(Valle San Giacomo, Valtellina)
Zita della Val San Giacomo, racchiude dentro di sé, come una molla invisibile, un gusto e una pratica della libertà – interiore ed esteriore, della mente e del comportamento – quale poche altre donne contemporanee hanno goduto e godranno così autentica, pura, ingenua e sel- vaggia – connaturata, insomma, come al tronco della conifera è connaturata la resina, o alla capra il vello della lana.
Avverto immediatamente che, a causa di questa libertà selvatica e amorale, per cui nella valle le altre donne girano al largo da lei e la chiacchierano come una bestia o una puttana – le donne che vanno a messa nella nuova chiesa di pietra bigia, il velo nero in capo, mentre Zita davanti alla chiesa passa a capo nudo e senza toccarne la soglia – Zita si autocolloca, nell’immaginazione e nel sentimento sociale, dalla parte degli uomini. “Io, con le donne di qua non ci parlo,” dice stringendosi nelle spalle come a sottolineare una miseria mentale che non solo evita, ma spregia. Inconsciamente avverte che le altre donne che la chiacchierano dal chiuso dei loro focolari, delle loro vite di conformismo (giacché, in questa zona provata del cattolicesimo le donne devono stare molto ligie alle convenzioni), la invidiano in segreto per la libertà che si è strappata, deviando dalle buone convenzioni del villaggio da bambina, da ragazza, da adulta.
“Io, con le donne, non ci parlo. Con gli uomini sì che ci parlo. Le donne mi parlano addosso. Gli uomini sono più liberi, c’è più gusto”.
Nel villaggio, l’unica donna che Zita sembra accettare con giusta naturalezza e senza ombra di disprezzo, è la sua vecchia madre. Anzi Zita, ragazza madre e sposa abbandonata – giacché un uomo, alla fine, ha tradito la sua meravigliosa fiducia nella libertà – è tornata, coi suoi figli di nessuno, ad abitare la casa materna, una delle dimore più antiche della valle (mi spiega con orgoglio) con la data del milleseicento incisa sulla pietra grigia della beola. Una casa di infinite generazioni. Zita discende, dritta e legnosa, da una di quelle famiglie autoctone della valle, che vissero, fra campane e campanacci, il sangue e il terrore religioso di queste vallate. Ma lei è libera, liberata. Getta indietro il capo, e ride. Non reca più traccia religiosa, né cattolica, né riformata. “Tutte superstizioni,” dice. “Dietro la religione, vanno le superstizioni. E qui la gente crede ancora alle streghe e a tutte queste corbellerie”. E ride. E scuote la testa nera. Nei suoi denti bianchi c’è come lo scatto di un morso. Zita è ignorante, ma è libera come Voltaire.
Certo, che la gente crede ancora nelle streghe specie quelli che stanno nelle baite: quando sentono l’eco delle valli fra le montagne dicono: “Chiamano aiuto per le streghe”, e sono convinti. Quelli del fondo valle se vengon su, da Piantéda, da Samolaco, e si sa il tempo muta in montagna, “dicono che se il tempo cambia sono i suoi antenati” – cioè, per un’azione delle anime dei morti. Ora sulle strade di montagna arrivano di notte le macchine (sono le automobili lucide, i pullman che si trascinano fuori dalle città per gli week-end di neve). “Ebbene, vuol sapere? I fari delle macchine che girano nel buio, li chiamano ‘àbolic’”. Che viene, mi spiega, da diabolic. Quei disgraziati delle baite li prendono per segni del demonio. E nelle baite ci sono due o tre che i figli non li lasciano fuori, quando vedono i riverberi, li costringono a rientrare. Arrivano le streghe dal cavürc, dicono. I “cavürc” sono le crepe della montagna. Disgraziati! Zita parla di queste creature delle baite, che ha conosciuto bene, perché anche lei ha abitato le solitudini selvagge sul suo monte Emèt, come Voltaire parlava degli Uroni.
“Quelle donne lassù, non si immagina”, e qualcosa di più del disprezzo le si disegna agli angoli della bocca: un rancore, un razzismo da donna a donna. Sa che per loro avere un figlio è uno scandalo, un peccato?, mi fa, guardandomi dritta negli occhi. Non batto ciglio, e rido. Spero, anzi, che il mio occhio emani quella luce di costernazione che Zita si aspetta. Il mio occhio ha corrisposto, funzionato. Vedo Zita animarsi, proterva. E mi racconta una storia di dieci anni fa.
Le donne di lassù sono così selvagge e superstiziose che fare i figli lo vivono come un peccato mortale, una vergogna da nascondere agli occhi del prossimo. Almeno, dieci anni fa era così. E c’era una donna sugli Andossi, disgraziata, che di peccati mortali ne aveva fatti sette. E quando si sgravò del settimo figlio, lassù sulla montagna, perché le donne lassù si arrangiano da sole e sempre hanno fatto così (su quelle mulattiere e balze nessun medico arriva, nessuna levatrice), si credeva ancora talmente in peccato ed in colpa che il bambino se lo nascose nel gerlo e, con quel gerlo in ispalla, discese giù e lo fece battezzare di nascosto. Tutto in modo furtivo, in maniera che la gente del villaggio non vedesse e non sapesse di quel suo peccato vivente. Adesso, nel villaggio, si partorisce col medico condotto. Ma non tanti anni fa (prima che incominciasse, da queste parti, la “civiltà del turismo”) il medico condotto e la levatrice bisognava chiamarli da Campodolcino (e molti tornanti di montagna, in ripido avvitamento, separano Campodolcino, nel piano di fondovalle, dal villaggio, il più alto della vallata). Lei, Zita, è nata al fondovalle. Come parecchi qua, la famiglia di Zita possiede una cascina al fondovalle. Senza acqua. La mamma l’ha partorita da sola, senza levatrice né nessuno, in quella cascina senza acqua. Lei, come i suoi sei fratelli, uno dietro l’altro. “Eppure, in quelle cascine senza acqua, le donne si arrischiano a partorire da sole”.
© La donna non è gente. L’esistenza emarginata delle più oppresse,
1977 Rizzoli Editore
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