Magari ci siete in questo momento. Oppure ci siete stati. Di sicuro avete letto delle minacce di Donald Trump, che dopo il Venezuela, l’Iran dove non gli è andata come sperava – tutti noi speriamo che cada il regime liberticida degli ayatollah, ma il presidente Usa ha forse solo peggiorato la situazione – ha da tempo messo nel mirino l’isola caraibica che da decenni vive sotto il giogo di un embargo tra i più duri e insostenibili della popolazione. Roberto Livi, giornalista, ha lavorato per Il Manifesto, il gruppo L’Espresso e Il Messaggero, di cui è stato corrispondente da Mosca tra il 1994 e il 1999. Dal 2010 vive all’Avana dove è corrispondente de Il Manifesto. A partire dall’attacco a Caracas del 3 gennaio e il rapimento del presidente Maduro e della moglie viene applicata dagli USA la cosiddetta “dottrina Monroe”: la riconquista dell’America Latina voluta da Donald Trump, non più soltanto come “cortile di casa” degli Stati Uniti, ma come riserva strategica di risorse fondamentali – dall’acqua al petrolio, dal litio ai metalli rari, dall’oro al legname – funzionali al progetto MAGA, Make America Great Again. Il problema, però, non è solo il tycoon di Washington, ma una politica che non riconosce limiti, regole internazionali né la possibilità di un ordine condiviso ma soprattutto non polarizzato. In questo CUBA Roberto Livi guarda anche dentro alla società di Cuba: alla crisi di un modello che non riesce più a garantire benessere, alla forza paralizzante della burocrazia, alle disuguaglianze economiche e sociali, alle riforme annunciate e sempre rinviate spesso con la scusa dell’embargo. Il racconto si sposta così nelle strade, nelle case, negli ospedali, sui mezzi pubblici e nei piccoli commerci improvvisati che garantiscono la sussistenza. Pensionati, medici, madri, artigiani e giovani restituiscono il volto quotidiano della crisi, fatto di scarsità di beni necessari, ingegno, rabbia e resistenza. Fabio Poletti

Roberto Livi
Cuba
L’ultima sfida
2026 Castelvecchi
pagine 112 euro 13,50
Per gentile concessione dell’autore Roberto Livi e dell’editore Castelvecchi pubblichiamo un estratto dal libro Cuba
Cuba affronta la crisi più drammatica e la sfida più pericolosa della sua storia moderna, di sicuro dalla vittoria della Rivoluzione dei barbudos di Fidel Castro nel gennaio 1959. Fin dall’inizio delle guerre di liberazione dal dominio della Spagna (dalla rivolta di Carlos Manuel de Céspedes nel 1868 contro la monarchia assolutista spagnola) i cubani hanno dovuto pagare molto cara la loro volontà di avere un Paese indipendente e sovrano. Le grandi potenze (allora europee e coloniali, ma anche i “demo- cratici” Stati Uniti) hanno considerato tali aspirazioni di sovranità e indipendenza – che oggi dovrebbero apparirci non solo normali, ma anche necessarie – come una sorta di punibile superbia da parte di una piccola nazione insulare nel Caribe. E hanno fatto di tutto per reprimerle. Così, anche oggi, di fronte all’aggressione sempre più manifesta minacciata dal presidente americano Donald Trump, la vera alter- nativa di Cuba non è – come asseriscono a Washington – tra dittatura e democrazia (made in USA), ma tra indipendenza e (ri)colonizzazione (da parte degli Stati Uniti). Per tre anni, infatti, dal 1898 (fine della guerra tra Stati Uniti e Spagna, che il segretario di Stato John Hay in una lettera a Theodore Roosevelt aveva definito «the splendid little war», ‘la splendida e piccola guerra’, al 1902 (inizio della Repubblica di Cuba), l’isola, ceduta dalla Spagna, fu posta sotto il controllo di un governatore statunitense e la sua indipendenza fu poi condizionata da un emendamento (Emendamento Platt) imposto nella sua Costituzione, che prevedeva l’intervento degli Stati Uniti qualora la Casa Bianca lo avesse ritenuto necessario o anche solo opportuno. Detta in altri termini, è in gioco la sopravvivenza di Cuba come Stato-nazione indipendente e sovrano. Non solo, per una parte della popolazione è in questione anche la sopravvivenza fisica. Le più recenti misure coercitive dell’amministrazione Trump rappresentano, come vedremo, un’ulteriore stretta alla giugulare eco- nomica dell’isola e mirano a provocare una vera crisi umanitaria, che fiacchi ogni residua volontà di resistenza e permetta al presidente degli Stati Uniti e agli imprenditori del suo entourage di presentarsi come «salvatori», mentre, di fatto, mettono le mani sui beni dell’isola. Uno degli esempi più eclatanti, come ha denunciato il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è rappresentato dal raddoppio netto del tasso di mortalità infantile, passato dal 4,6 per mille nati vivi di pochi anni fa (ben più basso di quello degli USA) al 9,9. La mancanza di energia, medicinali e apparecchiature mediche causata dalle misure coercitive di Trump «è costata la vita di più di 1.800 neonati» scri- veva Cubadebate.cu (23 maggio 2026). Le ultime misure extraterritoriali di Trump lo scorso maggio hanno colpito la società canadese Sherritt, che da decenni operava a Moa (in provincia di Holguín, nella parte orientale di Cuba) per estrarre nichel e cobalto, minerali di cui l’isola è ricca (possiede infatti il 20% delle riserve mondiali di nichel). Di fronte alle minacce di sanzioni e dazi la Sherritt ha deciso di vendere, si dice, a una società – Gillon Capital – che appartiene alla famiglia di Ray Washburne, un imprenditore particolarmente vicino a Trump durante il suo primo mandato. A metà maggio, le due maggiori società che gestiscono le principali flotte commerciali – la francese CMA CGM e la tedesca Hapag-Lloyd – avevano sospeso, fino a nuovo avviso, le nuove prenotazioni di trasporto da e per Cuba per non incorrere nelle sanzioni (extraterritoriali) decretate da Trump. La misura, secondo alcuni economisti, metterebbe a rischio il 60% del commercio marittimo dell’isola, ovvero la stessa sopravvivenza economica del Paese. Si tratta quindi di un vero e proprio strangolamento che fa presagire l’imminente crisi umanitaria che ormai molti commentatori paventano. Lo strangolamento economico-commerciale di Cuba è diventato una drammatica realtà durante gli anni del primo mandato di Donald Trump: il presidente che con più ferocia negli ultimi sessantasei anni ha tentato di «impossessarsi» di Cuba. Usando come base la stessa strategia delineata nel 1960 (6 aprile) dall’allora vicesegretario di Stato, Lester Mallory, per ottenere «the decline and fall of Castro» (‘il declino e la caduta di Castro’). Ecco le sue proposte: «Bisogna mettere in atto quanto prima tutti i mezzi possibili per debilitare la vita economica in Cuba […], per provocare fame, disperazione e l’abbattimento del governo». Embargo: provocare fame e disperazione a Cuba. Provocare fame e disperazione nella popolazione per indurla a ribellarsi e abbattere il governo: è questa la logica di fondo – se così si può chiamare – della “filosofia” dell’embargo (per i cubani, bloqueo), decretato unilateralmente dagli Stati Uniti nel 1962, poi ratificato nelle leggi federali, dalla Torricelli alla bipartisan Helms-Burton, tuttora in vigore. Ma a Donald Trump non è bastato. Fin dalla sua prima amministrazione (2017) il tycoon ha implacabilmente operato per trasformare l’embargo in uno strangolamento economico-finanziario e commerciale, poi anche energetico. Il tutto sostenuto da quella che viene definita “guerra cognitiva”: il quotidiano martellamento in rete e sui social di narrazioni tendenti a dimostrare che il socialismo ha portato i cubani alla catastrofe; che la popolazione è al limite e non vede l’ora e l’opportunità di ribellarsi e “cambiare regime”, possibilmente – così afferma The Donald – cadendo nelle braccia di Trump.
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