Ho passato la breve tregua pasquale a Sarajevo con un simpatico gruppo di amici. Ed è proprio vero che, come è stato detto a Joshua Evangelista nel suo libro dedicato alla Istanbul europea, “Tutto ciò che esiste nel mondo esiste a Sarajevo e ciò che esiste a Sarajevo non esiste nel resto del mondo” ma per me è stato soprattutto un viaggio sentimentale per ricordare cosa avevo visto durante un reportage dieci anni dopo gli accordi di Dayton che hanno messo fine alla guerra in Bosnia ed Erzegovina, ancora oggi divisa.

A Sarajevo abbiamo visto tramonti struggenti e musei che raccontano l’assedio più lungo della storia moderna durato 1425 giorni e ci siamo immersi nelle strade del centro storico affollate di turisti. Abbiamo visitato numerosi parchi e giardini sparsi per la città e trasformati in cimiteri durante la guerra, cercando sul selciato le rose dipinte e ormai sbiadite dal tempo che ricordano le vittime dei cecchini, fra cui forse anche quelle cadute per mano di perversi frequentatori dei safari umani. Ed è stato commovente incontrare di nuovo Narcis Mišanović che mi ha guidato fra le rovine di una città profondamente ferita molti anni fa.
Allora aveva vent’anni e mi aveva raccontato di essere stato uno dei più giovani miliziani bosniaci che difendevano il quartiere di Dobrinja, vicino all’aeroporto, durante l’assedio. I serbi gli hanno ucciso il padre, il fratello e hanno cacciato lui e la sua famiglia dalla casa dove viveva
Narcis Mišanović oggi è un uomo adulto con una bella famiglia. Ha un sorriso che sembra un inno alla gioia, lavora nel reparto ortopedico dell’ospedale e dirige l’associazione dei veterani della guerra. Ci ha raccontato quanto gli manca l’Italia dove è venuto a studiare l’italiano, della sua collaborazione con il regista Gianni Amelio che ha realizzato un documentario Non è finita la pace, cioè la guerra. E ha continuato a ripetere quanto gli manca il latte macchiato con cui faceva colazione durante i suoi studi alla Sapienza di Roma. Ha accolto a casa sua Marina e Marco, vicino ai confini con la Repubblica Srpska di Bosnia ed Erzegovina che comincia a Sarajevo Est dove vivono i serbi e tanti bosniaci in cerca di case meno care.
Narcis ha cercato di trasmetterci la vitalità della sua città, rinata dopo la fine della guerra anche se il conflitto è solo sopito perché tanti continuano a soffiare sul fuoco e molti giovani alzano bandiera bianca e se ne vanno. Il nostro incontro è stato intenso e mi ha fatto ricordare purtroppo l’ignavia dell’Europa davanti al folle assedio di Sarajevo

Come tutti, siamo andati sulla vecchia pista di bob olimpionica dove i cecchini sparavano sui cittadini e al tunnel che serviva a tenere aperto un canale con il mondo, dove passavano persone, cibo, armi, feriti e tanto altro. E non potevamo evitare di recarci a Mostar a vedere il ponte ricostruito. Siamo rimasti silenti davanti a case ancora distrutte e un edificio devastato da un mortaio dove al terzo piano abita una famiglia, o così almeno ci è parso perché arriva un momento in cui si fa fatica a distinguere la realtà dalle proiezioni mentali. E mi è rimasta impressa la testimonianza di una giornalista che ho trovato con Paola in un museo: andava sul fronte con scarpe e tacchi a spillo perché aveva solo quelle. Potrei continuare con tanti dettagli di un viaggio struggente ma non privo di belle sorprese perché Sarajevo oggi pare una città effervescente che forse cerca di dimenticare o forse no, chissà. Queste sono cose che non si comprendono in pochi giorni, leggendo o documentandosi, perché ogni famiglia, ogni persona ha una storia diversa da raccontare o rievocare.
Narcis Mišanović, questo è certo, è felice della sua vita. Le sue perdite si intrecciano con la gioia di vivere che esprime in ogni gesto che compie. E delle ore condivise, ricorderò la sua nostalgia per il latte macchiato nella sua parte di vita vissuta in Italia che ritornava sempre nei suoi racconti, come una sorta di madeleine proustiana.
Forse perché vuole lasciare in pace i ricordi della sua adolescenza vissuta quando era intrappolato nell’assedio, lui è stato “adottato” dalle milizie bosniache a soli 11 anni. Ora che sono tornata mi manda foto dal ristorante di Sarajevo Est dove va a trovare spesso un suo amico serbo e mi chiede in continuazione quando torno. Marco lo ha definito un gigante buono perché è altissimo e ha ragione. Prima o poi ci ritroveremo tutti davanti a un latte macchiato.

Noi, nel frattempo, faremmo bene a non dimenticare perché, come spiega bene il documentario Hotel Sarajevo, le nuove generazioni e quelle che hanno vissuto la guerra si interrogano su come evitare di rifare gli errori del passato, quando tutti pensavano che la guerra non sarebbe mai arrivata fino al centro della Istanbul europea. Consapevoli che c’è un passato che non passa e lezioni tragiche della storia che non ci hanno insegnato nulla. Come dimostra la guerra in Ucraina.
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