Eccomi di nuovo! Siete tutti tornati a “scuola”?
Oggi è iniziato settembre e voglio avviare la nuova stagione con una storia buia ma non cupa. Perché è stata l’estate dell’emergenza climatica. Per sfuggire al caldo abbiamo imparato a vivere solo di notte, a cercare l’ombra, l’aria condizionata, a stare fermi. Io, dopo una stasi marina, sono finita sottoterra.
È successo nelle grotte di Frasassi, nelle Marche. Ed è lì che ho conosciuto la storia di Maurizio Montalbini, lo speleonauta che sottoterra ha trascorso quasi tre anni della sua vita. Montalbini non cercava stalattiti, stalagmiti o mondi inesplorati. Cercava qualcosa di molto più difficile da trovare: il tempo. Quello che spesso sprechiamo come se ci fosse sempre un domani.

Nel 1986, a trentatré anni, scese proprio nelle grotte di Frasassi per quello che chiamò “210 giorni fuori dal tempo”: più di sette mesi completamente tagliato fuori dal mondo esterno. Nessun orologio, nessun segnale del giorno e della notte. Solo il buio, il silenzio e il suo corpo a scandire i ritmi.
Io ci sono stata poco più di un’ora, per curiosità e perché cercavo un rifugio climatico. Durante il giro nelle bellissime grotte ho visto diverse persone farsi prendere dall’ansia e correre verso la via d’uscita per rivedere la luce.
Lui fece il contrario.
Quando riemerse, il 12 luglio 1987, erano trascorsi 210 giorni. Ma quello che aveva scoperto mi interessa molto più del record. Aveva imparato che la solitudine non si può combattere: bisogna farsela amica. «Ci sono riuscito», raccontò. «Ho portato tutto dentro di me per sette mesi: affetti, convinzioni, ideali».
In fondo Montalbini aveva cominciato a fare una cosa semplicissima e radicale: togliersi il mondo per vedere che cosa sarebbe rimasto.
Da lì in poi la sua vita diventò un viaggio continuo nell’oscurità. Montalbini era un sociologo, aveva lavorato per anni con tossicodipendenti e persone con disturbi psichici. Non si considerava un superuomo: «Non sono un Rambo», disse. Cercava piuttosto «l’introspezione, il rilassamento».
Nel 1992 tornò sottoterra. Questa volta nella Grotta di Nerone, sul Monte Nerone. Entrò nella base sperimentale Underlab e vi rimase 366 giorni.
Prima di scendere prese una decisione che trovo bellissima: non volle fotografie né ricordi materiali delle persone amate. Voleva provare a ricostruirle attraverso la memoria. Durante l’isolamento lavorò a due libri. Uno si intitolava I giardini della memoria. Aveva anche una piccola serra. Coltivava piante e coltivava ricordi.
E aveva paura di una cosa. Prima di entrare aveva scritto: «Non so se la solitudine mi sarà amica, o se il silenzio si metterà ad urlare».
Passarono Natale, Capodanno, la primavera, l’estate, l’autunno. Montalbini dormiva quando aveva sonno, mangiava quando aveva fame. Privato della luce solare e dei riferimenti esterni, il suo organismo seguiva un’altra partitura: le giornate si allungavano, i ritmi vitali cambiavano. Il 7 dicembre 1993 gli comunicarono che l’esperimento era finito. Montalbini pensava che fosse il 22 giugno. Fuori c’era la neve. Lui era ancora in estate.
Erano trascorsi 366 giorni. Nella sua percezione ne erano passati molti meno. Nel frattempo aveva persino compiuto quarant’anni senza saperlo.
«Non mi sono nemmeno accorto di avere compiuto 40 anni. Li compio a settembre, ma io credevo di essere ancora in giugno», disse. E non aveva neppure sentito il bisogno di parlare. Qualche volta aveva suonato l’armonica, aveva cantato. Poi aveva smesso.
Mi sono documentata un po’ e ho scoperto che Montalbini continuò a scendere. Il suo ultimo grande esperimento si chiamava, non a caso, Timeless. Cominciò nel 2006 nella Grotta Fredda di Acquasanta Terme. Il progetto iniziale era folle: rimanerci tre anni consecutivi. Vi trascorse 235, circondato da strumenti scientifici, libri e qualche piccola consolazione: miele, noci e un chilo e mezzo di cioccolata.
Anche lì il suo corpo divenne un laboratorio e il tempo smise di essere quello che conosciamo. In totale, Maurizio Montalbini trascorse 962 giorni sottoterra: due anni e otto mesi della propria vita.
Se n’è andato nel 2009, a soli 56 anni.
Passiamo il tempo a scrollare su Instagram, a leggere le boiate di chi fa a gara per mostrare più odio, frustrazione, cattiveria. Seguiamo le guerre, spesso su un piccolo schermo. Poi arriva un’ondata di caldo che ci obbliga a stare fermi, ad aspettare che passi il nuovo picco di calore che, tranne le dovute eccezioni, ci paralizza. A immaginare come sarà il mondo quando la luce di cui abbiamo bisogno per vivere, amare, creare potrebbe diventare persino troppo forte per poterci stare dentro.
E allora, durante il mio giro nelle grotte di Frasassi, mentre vedevo persone cercare in fretta la via d’uscita per tornare alla luce e ascoltavo la storia di quest’uomo arrivata da lontano, dagli anni Ottanta e Novanta, quando il mondo andava più lento ed eravamo forse più innocenti, sono stata presa da una strana euforia.
Dalla voglia di prendere la vita a morsi, ma con un ritmo giusto. Non quello frenetico, o meglio isterico, delle nostre vite talvolta dominate dall’horror vacui. Un altro tempo. Quello che deve aver sperimentato Montalbini quando ha potuto ribaltare la sequenza delle ore, delle stagioni, dei pensieri. Quando persino la propria voce era diventata troppo rumorosa
Non voglio infliggervi banali considerazioni filosofiche sul mito della caverna. Ma quando la mia estate è finita, qualche giorno fa, e sono stata presa da una strana nostalgia della vita, ho ripensato a lui. Allo speleonauta.
Molti lo consideravano uno strambo. Del resto, un uomo che sceglie di vivere per mesi dentro una grotta e si fa persino lasciare alla deriva su una zattera nell’Adriatico offriva parecchio materiale per alimentare la leggenda.
Ma Montalbini non era semplicemente un eccentrico in cerca di record. Era un sociologo e trasformava il proprio corpo in un laboratorio per studiare l’isolamento, la percezione del tempo, il sonno, lo stress e la capacità umana di adattarsi a condizioni estreme. Le sue sperimentazioni suscitarono anche discussioni nella comunità scientifica ma interessarono ricercatori italiani e internazionali per le possibili applicazioni alla permanenza umana di lunga durata nello spazio
A me, però, interessa soprattutto quello che cercava nell’essere umano. Montalbini ha fatto esattamente il contrario di ciò che facciamo tutti noi: invece di riempire il tempo, ha cominciato a togliergli delle cose.
La luce. Gli orologi. Le notizie. Le altre persone. Persino le fotografie delle persone che amava.
E alla fine non ha trovato il vuoto.
Ha trovato gli affetti, la memoria, le convinzioni, gli ideali.
Forse è anche un buon esercizio per tornare a guardare il mondo là fuori. Perché il tempo non è uguale per tutti. C’è chi può permettersi di perderlo, chi deve venderlo per vivere e chi se lo vede sottrarre da una guerra, da una frontiera, da una prigione, da un diritto negato.
Una bella lezione da non dimenticare per ripartire con il piede giusto.
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