Chi c’è dietro le proteste che un anno prima dell’inizio dell’emergenza Covid hanno infiammato Hong Kong? È vero che la maggior parte di loro erano appena ventenni? Il documentario Revolution of our times di Kiwi Chow – che sarà trasmesso domenica 1 maggio alla Cineteca Meet di Milano, nell’ambito del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina – ricostruisce dagli albori le proteste degli hongkongers. Per sopprimere le loro richieste di democrazia, Pechino nel 2020 ha emanato una nuova Legge sulla Sicurezza Nazionale che persegue i dissidenti e pregiudica la libertà di informazione nel Paese. E la sospensione dello Human Right Press Award dell’Hong Kong’s Foreign Correspondent’s Club annunciata sabato scorso è solo l’ultima delle sue conseguenze visibili.

Negli ultimi due anni, i giornalisti a Hong Kong hanno operato sotto nuove ‘linee rosse’ rispetto a quanto sia o non sia permesso, ma rimangono significative aree di incertezza e non vorremmo violare la legge in maniera non intenzionale, così il presidente Keith Richburg ha commentato la decisione di sospendere il premio

Un documentario fantasma a Cannes ’21

Era il 15 luglio del 2021 quando, a solo un giorno dalla premiazione e dalla chiusura del Festival, venne annunciato pubblicamente che il documentario di un’ora e cinquantadue minuti del regista Kiki Chow sulle proteste ad Hong Kong sarebbe stato proiettato in anteprima mondiale e incluso nella selezione Special Screenings.

La proiezione sarebbe però avvenuta in maniera confidential solo per una ridottissima platea – quel pomeriggio nella Salle Soixatienne del Palais erano in una decina – di giornalisti internazionali

Come è ovvio, gli organizzatori della 74esima edizione del Festival di Cannes avevano incluso il documentario nel programma mesi prima, e, quando si trattò di spiegare perché avessero aspettato l’ultimo giorno per dare pubblicità a Revolution of our times, ci si limitò a dire che il documentario non era ancora pronto. Sia stato per le difficoltà di postproduzione o perché – più credibilmente – si temevano ritorsioni da parte delle autorità cinesi e il boicottaggio del Festival, l’unico a firmare con nome e cognome i titoli di coda, il regista e attivista hongkongese Kiki Chow, a Reuters disse: «Faccio del mio meglio per ignorare che il documentario attraverserà la linea rossa». La proiezione di Revolution of our times è proibita sia in Cina che ad Hong Kong.

Revolution of our times

Il film alterna il racconto di alcuni dei protagonisti delle proteste con numerosi e spesso impressionanti momenti di presa diretta sul campo.

Presentato come un movimento senza leader e basato sulla collaborazione tra persone che non si conoscono nella vita reale – applicando la mentalità del videogame, in cui ciascun giocatore gioca da remoto, viene detto all’inizio del documentario per spiegare a occhi e orecchie occidentali come si possa dare il via a una rivoluzione tra estranei nel 2019 – a meno di essere un giornalista o un commentatore politico, chi parla nel docufilm è reso irriconoscibile e presentato con il solo nome di battaglia, l’età e la professione svolta prima del marzo 2019

Una precisazione, quella legata all’età, fatta per sottolineare quanto la protesta abbia coinvolto fin dalle sue primissime fasi i più giovani – Nobody ha 22 anni, VBoy appena 16 e anche i loro referenti, Mum e Dad, non superano i 35 – in una saldatura generazionale con i più anziani, impegnati in un servizio d’ordine non violento durante le manifestazioni. A mancare è l’età di mezzo, che inizialmente boicotta gli scioperi “perché vuole solo andare a lavorare” e viene poi rappresentata nell’atto di andare a riprendersi i figli durante l’assedio di sedici giorni dentro al Politecnico nel novembre 2019. Appena prima che seguissero l’esempio dei quattrocento che per sfuggire alla brutalità della polizia – e ai dieci anni di carcere che rischiavano per sedizione fino alla promulgazione della nuova Legge per la Sicurezza Nazionale: ora si parla di ergastolo – si sono calati nelle fognature.

Storia di Gwyneth Ho e dello Stand News

Quando si dice presa diretta, è letterale. Uno dei momenti più bui, l’assalto ai manifestanti alla stazione della metropolitana Yuen Long del luglio 2019 da parte di squadracce della malavita hongkongese nel sostanziale disinteresse della polizia, è raccontato in Revolution of our times attraverso la voce e i video della giornalista Gwyneth Ho, all’epoca ventinovenne. Ho stava riprendendo i pestaggi degli uomini vestiti di bianco, quando è stata a sua volta atterrata da uno di loro.

Nonostante quello che era appena successo, appena ha avuto la forza di rimettersi in piedi ha recuperato il cellulare e ricominciato a filmare quello ciò che stava vedendo mentre ridicolmente per i corridoi della stazione risuonava il messaggio ‘A causa di un evento grave questa stazione verrà chiusa’

Il giornale per cui quelle riprese sono state fatte, lo Stand News, ha chiuso alla fine del 2021 e sei dei suoi membri della redazione sono stati arrestati per sedizione, in un’operazione di polizia che ha coinvolto circa duecento agenti. Gli stessi giornalisti in predicato di vincere lo Human Right Press Award dell’Hong Kong’s Foreign Correspondent’s Club, che avrebbe dovuto essere annunciato il prossimo 3 maggio.

 

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