«Vogliamo dire che basta così, grazie tante! Basta ricordarci quel che secondo voi abbiamo perso. Basta con la guerra scoppiata cent’anni fa per colpa di un computer. O con le migliaia di marinai che si lanciano da una nave che affonda solo per finire divorati dagli squali. Vogliamo parlare di adesso, di quello che abbiamo, non di quello che non abbiamo più, di quel che possiamo sperare, di chi ha delle idee adesso, non allora.»

Queste sono le parole di uno studente del 2119 in Quello che possiamo sapere, l’ultimo romanzo di Ian McEwan. Vive in un mondo che porta ancora addosso le conseguenze del nostro. E a un certo punto si ribella: non vuole più sentir parlare soltanto di ciò che è andato perduto

E allora io vi parlo di Bittu che non sa nuotare. Eppure da gennaio passa una parte considerevole delle sue giornate dentro un fiume. Il suo vero nome è Surendra Singh Choudhary, ha 20 anni, studia Scienze all’università e vive a Biaora, una città del Madhya Pradesh, nell’India centrale. Bittu Tabahi è il nome che si è scelto sui social perché tabahi significa distruzione.

Il fiume è l’Ajnar. Bittu continuava a vederlo riempirsi di plastica, bottiglie, alghe e rifiuti.. Così il 26 gennaio, festa della Repubblica indiana, ha cominciato a pulirlo. Non aveva un’associazione alle spalle, non c’era un finanziamento e soprattutto non c’era un piano per «salvare il fiume». C’erano lui e, all’inizio, alcuni amici. Poi gli amici hanno smesso e lui ha continuato.

Entrava nell’acqua e tirava fuori quello che poteva. Con le mani e pochi attrezzi. Ha speso anche soldi suoi. E, secondo quanto ha raccontato, alla famiglia non diceva nemmeno che cosa stesse facendo: usciva ufficialmente per andare a giocare a cricket e invece finiva nell’Ajnar per cercare di salvarne un pezzo.

E il mondo è venuto a saperlo perché sui social ha mostrato il prima e il dopo.

Non è la miracolosa resurrezione di un intero fiume che i social media hanno enfatizzato. Bittu ha ripulito tratti dell’Ajnar ma non ha aspettato di poter salvare un fiume per cominciare a salvarne un pezzo. A settembre il resto del mondo si è accorto di lui. La sua storia è diventata virale. Il chief minister del Madhya Pradesh lo ha ricevuto. E Boyan Slat, il fondatore di The Ocean Cleanup, ha visto il suo lavoro e gli ha scritto pubblicamente tre parole: «Come work for us». Vieni a lavorare con noi.

C’è anche un piccolo seguito della storia che voglio raccontarvi. Bittu dice che, da quando la sua storia è diventata famosa, ha cominciato a vedere meno persone gettare rifiuti intorno al fiume. Forse è questa la misura più interessante del suo successo. Non quanti chilometri di Ajnar abbia salvato ma quante altre mani abbia fatto vergognare di continuare a sporcarlo.


La storia mi ha colpito anche per il momento in cui è diventata virale.

Perché mentre Bittu raccoglieva bottiglie e sacchetti dal suo pezzo di fiume, noi guardavamo scorrere sugli schermi immagini sempre più difficili da distinguere da quelle di un film distopico. Alluvioni, incendi, frane, colate di fango. Raffiche che sradicano alberi. Piogge concentrate in pochissimo tempo. Intere porzioni di montagna che cedono. E il 26 agosto, sull’Himalaya, il collasso di un’enorme massa di ghiaccio e roccia ha innescato una devastante alluvione tra Nepal e Tibet.

Ad agosto la World Meteorological Organization ha descritto un pianeta aggredito contemporaneamente da temperature record sulla terra e negli oceani, siccità, incendi e alluvioni. Così, mentre in Europa si discute su come portare avanti il Green Deal fra obiettivi confermati, rinvii e retromarce, e nel resto del mondo la politica climatica procede con velocità e intenzioni diverse, ci sono già moltissime persone che si muovono. Ambientalisti organizzati e solitari, associazioni, scienziati, volontari, ragazzi, pensionati, comunità intere.

E voglio farvi un altro esempio, significativo anche perché offre una narrazione diversa delle migrazioni. Arriva dalla Sicilia.

Nel gennaio scorso il ciclone Harry si è abbattuto sulla Sicilia orientale. A Stazzo, frazione marinara di Acireale, la forza del mare ha divelto pietre, inondato abitazioni e in alcuni casi sfondato saracinesche e muri. Quando l’acqua si è ritirata, sono rimasti fango, pietre, rottami.

E sono arrivate le persone.

Tra loro c’erano minori non accompagnati provenienti dall’Egitto, dal Gambia, ospitati nelle strutture di accoglienza gestite dalle cooperative del Consorzio Il Nodo tra Catania e Acireale. La mobilitazione spontanea è stata enorme: la chat creata per coordinare chi voleva dare una mano ha coinvolto circa mille persone.

E i ragazzi migranti si sono messi a lavorare insieme agli abitanti per liberare spiagge, strade e case. Proprio loro che, secondo una narrazione ormai dominante, sarebbero un peso o una minaccia.

E questo episodio suscita una domanda importante: quando un luogo diventa nostro? Quando ci nasciamo? Quando ci danno un passaporto? Quando qualcuno stabilisce che siamo sufficientemente integrati? O semplicemente quando ce ne prendiamo cura?

 

Le Maldive, che per molti sono una meta di turismo esotico, sono formate da isole dove l’80 per cento del territorio si trova a meno di un metro sopra il livello del mare. Per chi ha vent’anni lì, l’innalzamento degli oceani non è un grafico che riguarda il 2100. È una domanda molto concreta: dove vivrò?

Alle Maldive è nata una piccola costellazione di gruppi di giovani — Project ThimaaVeshi, Ripple, Barnacles — che non aspetta la risposta.

Puliscono le spiagge. Raccolgono plastica sott’acqua. Fanno educazione ambientale. Contestano progetti che considerano dannosi per ecosistemi già fragili.

Bittu ha 21 anni ed è indiano. I ragazzi che spalano dopo il ciclone Harry vengono dall’Egitto, dal Gambia e stanno cercando di costruirsi una vita in Italia. Non hanno la stessa età. Non hanno lo stesso passaporto. Non hanno le stesse radici. E soprattutto non sono pochi.

Gli esempi sono tantissimi, per fortuna. Sono quelli che lavorano dentro le grandi organizzazioni ambientaliste e quelli che si muovono da soli. Quelli che studiano il clima e quelli che ripuliscono una spiaggia. Quelli che fanno pressione sui governi, inventano nuove tecnologie, difendono foreste, fiumi e animali, creano comunità energetiche, cambiano il modo di coltivare o semplicemente decidono che il pezzo di mondo davanti a loro non può essere lasciato andare.

Perché forse un giorno accadrà davvero quello che immagina Ian McEwan. Nel suo 2119, gli studenti guardano indietro al nostro tempo e dicono:

Siamo bombardati ogni giorno con la storia dell’Inondazione, dei secoli bui, dell’idiozia imperante a quei tempi, del riscaldamento globale ignorato e così via, delle loro stupide guerre, degli animali mandati a morte, dell’importanza attribuita al colore della pelle. Eccetera eccetera eccetera. I coglioni di tanti anni fa. Senza dimenticare naturalmente i tubi al neon, gli hamburger, le discoteche

I coglioni di tanti anni fa siamo noi.

Ma se davvero fra un secolo qualcuno studierà questa nostra epoca, vorrei che non trovasse soltanto la storia delle guerre, del riscaldamento ignorato e di tutto quello che abbiamo lasciato andare in rovina. Vorrei che trovasse anche la storia di quelli che hanno provato a impedirlo.

E, dentro questa storia enorme, vorrei che rimanessero anche le storie più piccole. Bittu che cercava di difendere il suo pezzo di mondo. Gli «sradicati» che, mentre mettevano nuove radici altrove, cominciavano a prendersi cura anche della terra in cui erano arrivati.

Perché, come lo studente di McEwan, anch’io voglio parlare di quello che abbiamo, non soltanto di quello che abbiamo perso. Di quello che possiamo sperare. E soprattutto di quello che possiamo fare adesso.

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