Il lockdown di Shanghai

Quali sono le conseguenze per la Cina (e per il commercio mondiale) della continuazione del lockdown totale per i circa ventisei milioni abitanti di Shangai? E quali per il governo cinese e la sua esaltata politica zero Covid? Risponde il professor Filippo Fasulo, esperto di politica interna cinese e responsabile del centro di geoeconomia dell’Ispi. 

Il lockdown di Shanghai viene raccontato su Twitter dai suoi testimoni diretti. In un video si vede un comune cittadino mandare a gambe all’aria un poliziotto. In un altro un trombettista che dal balcone di casa suona Do You Hear the People Sing? tratto dal musical Les Misérables, in una protesta tanto implicita quanto inequivocabile. Un altro ancora inquadra ammassi di frutta e verdura guasti, ammucchiati per le strade, immangiabili.

Dal 28 marzo scorso Shanghai sta affrontando un lockdown che non aveva mai visto prima a causa di un’impennata di contagi da Omicron e della politica zero Covid del governo cinese. Fabbriche ferme, negozi chiusi e persone prigioniere nelle proprie case o forzate alla quarantena in luoghi di confinamento sono le sue conseguenze. Conseguenze che stanno mettendo in ginocchio la città e bloccando le catene di approvvigionamento del commercio globale.

Il lockdown di Shanghai

Le proteste dei cittadini di Shanghai contro le misure del governo

Shanghai conta circa 26 milioni di cittadini, molti dei quali stanno esprimendo un forte malcontento nei confronti delle restrizioni con proteste dalle finestre di casa e denunce sui social. Queste manifestazioni di dissenso al governo così esplicite e diffuse sono rare nel Paese, o almeno così sembra dall’occidente.

Prof. Filippo Fasulo, ISPI

«Non dobbiamo pensare che in Cina non ci siano mai proteste» racconta a NRW il professor Filippo Fasulo, esperto di politica interna cinese e responsabile del centro di geoeconomia dell’Ispi.  «Ci sono diversi studi che riportano come ci siano centinaia di proteste al giorno in tutta la Cina. Il caso attuale si distingue dal resto perché ha maggiore visibilità e riguarda quella fascia di popolazione d’élite che più si è arricchita grazie alla crescita economica del Paese».

Ma perché la gente è così arrabbiata? «Ci sono state gravi carenze organizzative, per esempio nel sistema di distribuzione del cibo», spiega. «Se noi pensiamo alla nostra esperienza di lockdown, ricordiamo che c’è sempre stata la possibilità di andare a fare la spesa. A Shanghai oggi non si può uscire di casa nemmeno per comprarsi il cibo. I prodotti alimentari devono essere ordinati online, a volte attraverso acquisti di gruppo di condominio in condominio. Questo sistema risulta estremamente inefficiente, ci sono intere aree cittadine rimaste a corto di generi alimentari».

Oltre al problema della distribuzione del cibo, un altro fattore che ha alimentato il malcontento è stato l’allontanamento da casa dei residenti positivi, che ha previsto persino l’allontanamento dei bambini dalle famiglie per essere tenuti in quarantena in centri anti-Covid

Il lockdown di Shanghai: le misure di restrizione del 2020 non bastavano più

È la prima volta che Shanghai subisce un blocco totale. Fino al mese scorso la città aveva affrontato i crescenti tassi di infezione attraverso blocchi localizzati. Questo in genere interessava singoli complessi residenziali e inizialmente sembrava che il metodo funzionasse. Anche quando il numero dei casi è salito a quasi 1.800 nel marzo 2021 Shanghai non ha imposto un blocco completo. Le cose sono cambiate con i 2500 contagi del 27 marzo scorso.

«Il governo cinese ha scelto un lockdown particolarmente rigido per una serie di ragioni», spiega il professor Fasulo. «In Cina è arrivata la variante Omicron, che è estremamente contagiosa e le vecchie misure di contenimento del Covid, focalizzate sulla chiusura delle frontiere, non sono più efficaci. La Cina aveva eliminato il problema del Covid già a marzo 2020, quando invece noi iniziavamo il nostro lockdown. Questo però vuol dire che negli ultimi due anni in Cina non si è infettato nessuno, quindi nessuno ha sviluppato gli anticorpi, in più è stata adottata una strategia vaccinale diversa della nostra», osserva Fasulo.

La Cina si è concentrata sulla vaccinazione dei giovani che secondo loro avrebbero reagito meglio agli effetti collaterali del vaccino. Quindi ci troviamo in una condizione per cui il virus non è mai circolato e il vaccino somministrato non è di tipo m-RNA, quindi è meno efficace del nostro: il 90% della popolazione è vaccinata ma solo il 50% con il booster. In particolare, oltre il 40- 50% degli over 60 sono scoperti dal booster

Il lockdown non riguarda solamente Shanghai. «Shanghai è la città più evidente, anche perché vi risiedono più stranieri e quindi riusciamo a ricevere più racconti di quello che sta succedendo in quella parte del Paese. In realtà si stima che delle prime 100 città più produttive della Cina, 87 abbiano in vigore una serie di restrizioni di vario tipo. Sono circa 400 milioni i cinesi sotto forti forme di restrizione. Quindi è una misura diffusa che non si sa quando verrà tolta, dato che l’obiettivo è lo zero Covid, ma nessun paese al mondo è mai arrivato a zero contagi».

Se il virus cominciasse a circolare, la Cina avrebbe a che fare con un numero di contagiati che il sistema sanitario non riuscirebbe a gestire e che metterebbe in crisi la narrazione del vincente promossa dal governo sia di fronte al Paese che al resto del mondo.

Bloccare Shanghai equivale a bloccare l’economica mondiale

Shanghai è uno dei tre porti più importanti nel mondo, insieme a quello di Singapore e quello di Rotterdam e contribuisce ad oltre il 3% del PIL cinese. «Il costo economico del lockdown è molto alto», afferma il professor Fasulo. «Shanghai è un centro del commercio mondiale molto significativo. In questi gironi stiamo sentendo la notizia delle oltre 500, se non 700 navi in attesa fuori dal porto di Shanghai per scaricare tonnellate di merci. Si fa forte la pressione sulle catene di approvvigionamento mondiali, dato che il porto principale dei rifornimenti è bloccato, con tutto quello che ne consegue».

Il lockdown di Shanghai

I punti verdi e rossi mostrano la congestione delle navi da carico a largo della costa di Shanghai. Foto: MarineTraffic

Secondo dati riportati dalla Bbc, il blocco di Shanghai, che rappresenta oltre il 10% del commercio totale della Cina dal 2018, può costare al Paese il 2% del suo PIL mensile. Se il PIL mensile della Cina nel 2021 era di 9,5tn yuan ($1,4tn) in media, si calcola una perdita di circa 190bn yuan ($29,8bn) per ogni settimana di blocco.

Quali conseguenze avrà il lockdown di Shanghai

Secondo il professor Fasulo le conseguenze economiche e politiche dell’obiettivo zero Covid non sono prevedibili. «Non è facile immaginare le conseguenze del lockdown, dato che non sappiamo ancora quanto durerà. C’è chi sostiene che potrebbe terminare a maggio e chi invece sostiene che durerà a lungo. Poi la scelta di creare una serie di ospedali Covid dove vengono ammassate le persone positive, una scelta estremamente invasiva, potrebbe avere qualche effetto sulla riproposta di Xi Jinping».

Le proteste contro il governo non devono trarre in inganno, però. «Non dobbiamo aspettarci persone che marciano in piazza Tiananmen», conclude. «Quello che può succedere è l’indebolimento della fiducia nei confronti del governo da parte dei cittadini. Può essere che questa mancanza di fiducia apra una voragine, ma i suoi effetti si vedranno a medio o lungo termine e non immediatamente anche perché il controllo del governo e del partito sulla società è estremamente ferreo grazie ai sistemi digitali che permettono di tracciare qualunque cosa».

Foto: @chris__pc/twitter

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