Fra quattro anni saranno cinquanta. Ma i furetti di Baus continuano ad avere denti assai affilati e con le telecamere che affollano la scena platea ci guardano, anche dentro. Torna a Milano La Fura dels Baus, la compagnia catalana di teatro urbano più dirompente, irriverente, dissacrante, punk degli ultimi decenni. A metà strada tra la riflessione politica del Living Theatre e le acrobazie del Cirque du Soleil, la compagnia fondata nel 1979 da quattro amici, tra loro Carlus Padrissa, regista pure dello spettacolo SONS: SER O NO SER – in scena a Milano fino al 14 dicembre e presentata in Italia da Show Bees in collaborazione con la Fabbrica del Vapore  – mette a nudo le contraddizioni della modernità, schiacciata tra il non essere di una società dove si muore per vivere. Sui grandi schermi, le immagini crude dei migranti sui barconi arrivano come un pugno dove gli unici diritti garantiti sono quelli del consumismo, della plastica, dell’apparire (come zombie) sempre connessi ai social e l’essere per cui val la pena vivere a costo di estrarre una lama per tagliare la vita fuori dalla comfort zone.

 

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Ispirato all’Amleto di William Shakespeare, SONS: SER O NO SER in un’ora abbondante di spettacolo concentra le contraddizioni della società contemporanea, tutt’altro che inclusiva, dove siamo osservati o costretti a farci guardare sui social, come nel peggior incubo di George Orwell. Gli spettatori, in piedi nella sala buia, illuminata dalle lampade a led degli attori e dai video anche in diretta proiettati sulle pareti, sono parte integrante dello spettacolo. Parte attiva, soprattutto, di contorno agli attori quando si muovono nella scena platea. L’acqua che dà la vita, la polvere a cui tutti gli esseri umani sono destinati alla fine dell’esistenza , non rappresentano solo simboli forti ma elementi reali che fanno sobbalzare, scansare, scatenare un sorriso a volte di preoccupazione quando la mano sporca di argilla di un attore sfiora un pantalone, accarezza un golf, gocciola sulle scarpe degli spettatori. È il prezzo da pagare per essere attori noi stessi. Talvolta bambini, a bocca aperta ed occhi sgranati, quando guardiamo le evoluzioni degli attori acrobati che, appesi alle funi letteralmente volano nell’aria sfiorandoci dall’alto. Si dice che quando succede questo a teatro vuol dire che lo spettacolo sfonda la quarta parete, quella che divide il palco dalla platea. In questo caso pure il soffitto finisce per essere attraversato.

Racconta il regista catalano de La Fura dels Baus Carlus Padrissa: «Il nostro è un teatro che provoca e fa secernere adrenalina. Con SONS: SER O NO SER vogliamo creare un cortocircuito sensoriale, una riflessione collettiva e fisica sul nostro tempo, attraverso uno dei testi più iconici della storia del teatro». Non ci sono in scena re morti, non ci si macera nella vendetta, come nella più famosa tragedia shakespeariana. Fedele al suo ruolo e alla propria storia, anche in questo spettacolo La Fura dels Baus esplora l’impatto del capitalismo, l’emergenza ambientale e la fragilità umana in un mondo iperconnesso.

 

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L’opera non vuole fornire risposte ma stimolare una riflessione sul mondo contemporaneo e sulla crisi di valori che lo attraversa. La sperimentazione scenica come sempre è la cifra della compagnia catalana. Grande importanza al solito è la colonna sonora, sia che si tratti di ossessiva musica elettronica, soli di flauto o brani vagamente jazz. Dopo anni di regie di opere liriche nei più importanti teatri del mondo, con queste musiche ad alto impatto La Fura dels Baus torna alle origini, con contaminazioni che travalicano il rock e il punk delle primissime rappresentazioni.

 

La scenografia è volutamente essenziale. Basta un telo nero a tagliare la platea per farci interrogare sull’altra metà del mondo che non vediamo ma sentiamo, chiedendoci se sia reale o frutto del nostro desiderio. In questo gioco di scenografie alte e basse – come dimenticare la torre che svettava in piazza a Barcellona la notte di Capodanno tra due secoli – La Fura dels Baus ancora una volta va oltre la semplice rappresentazione scenica ma cerca di scuotere le coscienze di tutti noi che a volte, come zombie metropolitani, dimentichiamo di essere, sprofondando nel non essere.

Crediti per le immagini di scena: Giovanni Daniotti.

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