Restare aggrappati esclusivamente al presente, al frame dell’ultima tragedia, non aiuta la comprensione del contesto e si rischia di finire nel vicolo cieco del razzismo, delle colpe collettive, dell’odio che svuota la memoria e i file precedenti. Mettiamo in fila “solo” i drammi degli ultimi tre anni e proviamo a ragionare sulla diabolica sequenza della psiche collettiva formato social prima di affrontare la semplificazione davanti alla strage antisemita di Bondi Beach, in Australia.
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Riavvolgiamo il nastro. Nel febbraio del 2022 in Europa si è scatenata un’indignazione (purtroppo non per tutti) per l’invasione russa dell’Ucraina che ha creato un’iniziale ondata di solidarietà: centinaia di cittadini si sono precipitati ai confini della Polonia per aprire le braccia ai profughi, sfamarli, accoglierli per poi dimenticarli e arrivare persino a tollerare male la loro insistenza a volere una pace giusta.
E come se non bastasse si strumentalizza l’eroe di Bondi Beach, ricorrendo all’algoritmo che produce in modo automatico lo stereotipo-archetipo dell’arabo buono che ha disarmato uno dei terroristi.
Questa è l’ennesima reazione di pancia che si ripete spesso negli attentati di matrice islamista. Ora, io posso comprendere che tutti abbiamo bisogno di cogliere della luce nelle tenebre, ma queste reazioni pavloviane vanno persino oltre il razzismo e gli stereotipi. Succede perché non si ragiona ma si tende a semplificare per partecipare all’orgia della prestazione sui social e prendere una posizione non richiesta.
Ahmed al Ahmed, origini siriane, ha disarmato uno degli attentatori, restando ferito, non può essere visto solo come un cittadino australiano che, indipendentemente dal suo credo e Paese di origine, è un essere umano che ha seguito il suo istinto a voler salvare altri esseri umani? Perché agire per salvare il prossimo non può essere solo un gesto spontaneo e insondabile?
No, non si può perché lui incarna l’arabo buono, un’eccezione, perciò non può essere visto per quello che probabilmente è: un uomo guidato dal desiderio di salvare altri esseri umani dalla follia della violenza. Queste sono cose che mi mandano ai matti
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Vi viene mai in mente che in tutte le stragi islamiste sono morti anche musulmani (anche il 7 ottobre)? Avete istigato all’odio per i russi dopo l’invasione dell’Ucraina o colpevolizzato tutti gli iraniani per le atrocità e le impiccagioni quotidiane del regime dei mullah? Davanti ai crimini di talebani, qualcuno ha puntato l’indice contro gli afgani? Allora perché tutti gli ebrei sono diventati il nemico sionista da combattere? Allora perché tutti i musulmani devono essere catalogati come integralisti, quando basta soffermarsi sui numeri per capire immediatamente che i jihadisti sono una minoranza?
Nel prologo del libro scritto con Fabio Poletti Vita e libertà contro il fondamentalismo, lo abbiamo scritto chiaramente.
Ci sono tanti uomini e soprattutto donne che in Medio Oriente stanno cercando di fare la differenza difendendo i diritti umani, in nome della democrazia a cui aspirano. Non lottano contro l’islam, il Corano o gli oltre 2 miliardi di fedeli nel mondo che professano la religione di Allah e il suo messaggero Maometto. Sono persone che rivendicano la libertà di culto, credono nella pace, nel diritto universale a non essere succubi di una teocrazia che impone loro come vestirsi, cosa pensare, in che modo vivere ed esprimersi…
Quindi non dovremmo stupirci riguardo alla sua fede ma essergli riconoscenti perché non è stato a guardare e ha agito, come ha detto lui stesso, semplicemente per salvare delle persone? Dobbiamo trasformarlo per forza in un Giusto? Nella prefazione del nostro libro, lo scrittore iracheno Younis Tawfik spiega bene chi siano i Giusti che salvano il mondo, in grado di vedere oltre la barriera dell’egoismo, sacrificandosi per salvare la libertà altrui e donare al mondo una vita diversa, senza ingiustizie. “Nell’immenso libro dei Giusti emerge una figura particolare. Nel 1860 l’Emiro ’Abd al-Qādir, capo della rivolta algerina contro i francesi e poi esiliato in Siria, intervenne per fermare il massacro dei cristiani, quando i drusi attaccarono i loro quartieri facendo più di tremila morti e protesse la comunità di millecinquecento cristiani damasceni e gli europei che vivevano in città, grazie alla propria influenza sui dignitari di Damasco”.
Sajid Akram e il figlio Naveed, gli attentatori, erano padre e figlio. E su questo mi interrogo, più che “sull’eroe musulmano”. Mi pongo domande sugli abissi dell’indottrinamento e sulla recrudescenza dell’odio che nasce all’interno dei nuclei familiari. C’erano stati accertamenti nei confronti di Naveed dopo la scoperta di una cellula Isis nel paese. Non l’unica. In Australia è in corso una radicalizzazione che si è ripetuta più volte in forme diverse: gesti di lupi solitari, accoltellamenti, aggressioni, progetti di attentati. Una minaccia aumentata in parallelo al conflitto a Gaza. Nell’agosto scorso le autorità hanno espulso l’ambasciatore iraniano come reazione all’appoggio dato dai Pasdaran ad una serie di atti antisemiti in Australia.
La lezione di Bondi Beach
Interroghiamoci piuttosto sulle conseguenze dell’atteggiamento mainstream che ha demonizzato tutti gli ebrei per le malefiche gesta delle destre israeliane e dei coloni messianici. Altri “eroi” verranno, alcuni per caso, altri per consapevolezza (è successo al Bataclan, a Parigi, e anche a Tunisi alla strage del museo Bardo per citare qualche esempio). Queste reazioni che portano frettolosamente a parlare dell’arabo buono sono il risultato di un pensiero condizionato dagli stereotipi. E andando avanti così, di strage in strage, di buoni che devono essere ricondotti a una tabella confortante, rischiamo di diventare dei bot senza memoria che nella successiva chat non ricordano l’argomento trattato in quella precedente. Giudizio volutamente tranchant sulla natura dell’essere umano digitalizzato e spesso anche emotivamente analfabeta che dialoga solamente con il suo smartphone in un delirio onanistico? Che errore e che orrore l’attentato antisemita a Bondi Beach, le colpe collettive e il razzismo. Sempre quello degli altri.


